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Identità - nichilismo

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Identità - nichilismo

Messaggio  Flavia Vizzari il Gio 30 Ott 2008 - 19:57

IDENTITA’ DEL DISAGIO GIOVANILE NEL MARCHIO DEL NICHILISMO, SPECCHIO DI UN MALE SOCIALE.


Incombe sulla nostra società una piaga invisibile che non lascia spazio alla creatività, denominata nichilismo.
Quali sono le influenze del nichilismo sulla condizione giovanile?
Aggirarsi di notte per i vicoli o per le piazze di una qualunque delle nostre città, equivale a ritrovarsi dinanzi agli occhi, come un replay impazzito, la medesima scena: mucchietti di giovani immersi nel vuoto di un gruppo che li aggrega nel trionfo dei disvalori. Fermarsi a guardarli negli occhi, è come scoprire un nuovo mondo che tradisce solamente il buio che da essi aleggia, sintomatico del malessere giovanile, del loro disagio che incalza sempre più. È un malessere che ha un nome scuro come il buio, quel buio che hanno dentro e che è tipico della piaga del nichilismo che ne annebbia le menti, ne intristisce gli sguardi e ne penetra le anime come un fantasma oscuro. Se, poi, cerchi di porre loro qualche domanda, ti appare la realtà d’oggi in tutta la sua essenza, poiché tradiscono quella carenza di emotività che è tipica della maggior parte di essi. Incapaci di attribuire un’identità alla propria interiorità, ai propri sentimenti, perché non è possibile, in verità, denominare il nulla che li brandisce e che li spezza come fuscelli al vento. Quel nulla che aleggia quasi invisibile ovunque nella nostra società che appare come un deserto di incomunicabilità. Vive e si diffonde un sentimento di tristezza che pervade impercettibile nella collettività, permeata da un forte senso di insicurezza e precarietà.
La famiglia non rappresenta più un sostegno, né un richiamo, la scuola non incuriosisce più, tutto ciò che rappresenta la norma, è un richiamo per sordi, incapace di infrangere quel muro di silenzio in cui è avvolta la depressione che la gioventù porta in sé, quella condizione che, con un nome metallico, Nietzsche chiamava “nichilismo”. Questa crisi non è sintomatica del singolo, ma è la condizione speculare, individuabile nel singolo, della crisi di cui soffre la nostra società.
Il nichilismo è quella concezione filosofica secondo la quale le cose vengono dal niente e nel niente fanno ritorno. I Greci credevano che le cose cadono nella loro vera essenza, nel nulla che, in forma di insormontabile barriera, impedisce alle cose di ritornare al mondo. Vi è un ritorno a queste credenze che genera quella esasperata sensazione di una diffusa mancanza di valori. Due secoli di Illuminismo ed il nostro secolo, che ha riposto una fiducia spropositata nella tecnologia, hanno condotto l’uomo all’incomprensibilità di se stesso. Il ricorso alla musica anestetizzante, una dose di droga per tentare di emozionarsi, il motore del denaro a lenire il dolore dell’assenza di valori e di inaridimento dei legami affettivi, non sono che palliativi che i nostri giovani sperimentano per circoscrivere il vuoto del deserto che li brandisce.
Non resta che domandarsi, dove si nasconde quel difetto sociale denominato nichilismo? La risposta sta nella constatazione che il problema è collettivo, quindi di natura culturale per cui sono mali comuni la mancanza di prospettive e di progettazione. Il compito della famiglia, prima agenzia educativa, della scuola, dello Stato è quello di operare a livello culturale, perché questo disagio non è la causa, ma, invece, la conseguenza di una distorsione culturale di cui maggior vittima è la gioventù, depauperata del sentimento e del pensiero. La presenza spirituale di un Dio salvifico pare non faccia più presa, la concezione illuminista di ragione serve solo ad un progresso tecnico, resta la convinzione della non facile risoluzione del problema, perché è difficile cancellare la convinzione di una vita priva di senso, dove ogni iniziativa si spegne ed ogni speranza è vana. Cresce così lo stato di demotivazione e si frantuma ogni energia vitale.
Individuate le cause, bisognerebbe trovare le soluzioni per ricercare la felicità che potrebbero fondarsi su processi di autostima per la costruzione di un’identità personale nella quale realizzarsi.
La riscoperta del valore della cultura greca, secondo lo studioso Umberto Galimberti, con il sostegno educativo della famiglia e della scuola, porterebbe alla presa di coscienza, da parte dell’individuo, del proprio io in una scoperta curiosa, serena, felice per giungere a quel desiderio che è proprio dei giovani di crescere e di creare.
Il concetto educativo che vuole il ricorso a varie modalità di esistenza, può aiutarci a sostenere che i modelli di riferimento sono importanti nell’educazione giovanile per creare quel percorso imitativo che è alla base del processo di formazione di ogni individuo. Modalità di esistenza positive nelle quali riscontrarsi, delle quali innamorarsi per riappropriarsi del valore genuino, intrinseco in ognuno di noi, che ci identifica in esseri unici ed irripetibili e, proprio per questo, preziosi.
Investire sui giovani, significa favorire in loro il desiderio di puntare sugli altri, sulla crescita del mondo e stimolarne il bisogno di creare legami emotivi, sentimentali, sociali solidi che liberino dall’isolamento, generato dai modelli americani individualistici imperanti che stanno diffondendo tristemente la barbarie anche tra di noi.

Maria Luisa VANACORE


http://www.ethosassociazione.it/identità_del_disaggio.htm
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Flavia Vizzari
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http://blog.libero.it/Artevizzari/

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Re: Identità - nichilismo

Messaggio  Alfonso Chiaromonte il Lun 10 Nov 2008 - 14:00



RASSEGNA STAMPA
9 MAGGIO 1999
VITTORIO POSSENTI
Ma soltanto la Verità ci può salvare
Bisogna prendere atto che non si può fare a meno della nozione di «adeguatio»
Inoltre va difesa l'idea di una natura umana invariante

Che cosa è nichilismo? La risposta all'interrogativo è prioritaria, se si intende oltrepassare il nichilismo, inteso dai più come un evento negativo. Proprio qui iniziano le incertezze, poiché non vi è accordo sulla sua natura: al libero mercato delle idee ciascuno offre la sua determinazione, difforme dalle altre (l'enciclica Fides et ratio ne ha proposta una sufficientemente profonda e finora trascurata). Superare un evento di cui si ignora la natura, equivale a curare una malattia ignota. E' un pregio dell'intervento di Michael Dummett lo stare alla "cosa", offrendo due distinte determinazioni del nichilismo etico e di quello aletico (o teoretico). Il primo accade quando i concetti di giusto e di sbagliato sono ripudiati; il secondo quando lo sono quelli di vero e di falso. E quando questi concetti non operano più, sì cade nella mancanza dì senso. Come scrive Nietzsche «Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al perché». Quando non vi è scopo né perché, l'oscurità è assoluta. Il processo cosmico e quello umano non significano nulla e non approdano a nulla. Permane solo l'eterno svolgersi, senza scopo né senso, del divenire. Max Weber, che fu discepolo di Nietzsche assai più di quanto si pensi, scrisse: «La cultura è una sezione finita dell'infinità priva di senso del divenire del mondo». La sentenza dì Nietzsche avvia nella direzione giusta, lasciando intendere che il piano decisivo sia quello aletico o teoretico a cui appartengono il fine e il "perché". Concordo comunque con l'assunto che le nozioni dì vero e di falso siano più difficili da eliminare di quelle di bene e di male. Nietzsche ha potuto scrivere Al di là del bene e del male ma non Al di là del vero e del falso. Nonostante la maggiore difficoltà a eliminare le categorie di vero e falso, la natura più profonda del nichilismo si coglie a mio avviso sul piano teoretico, e ha a che fare con il concetto stesso di verità come conformità o adeguazione tra l'asserto e il reale, concetto di cui oggi diverse scuole cercano di mettere in dubbio la validità, operando per decostruirlo. Esso però sembra presentarsi come intrascendibíle, nel senso che anche coloro che lo negano locutoriamente o a parole, di fatto lo fanno proprio.
Muovendoci sul terreno dell'etica, incontriamo un duplice fenomeno: il primo risponde all'esperienza secondo cui dottrine morali eterogenee possono non di rado giungere per cammini diversi a comuni valori morali. L'altro, meno frequentemente osservato, mette in luce che spesso i dissensi morali, attentamente considerati, si palesano piuttosto e più esattamente come dissensi teoretici. Il principio etico che è male uccidere la persona umana innocente è universalmente accettato. Il dissenso non verte su questo principio, bensì sui soggetti a cui spetti lo statuto di "persona umana". Nel caso dell'aborto alcuni sostengono e altri negano che l'embrione o il feto siano persona umana. A chi spetti e a chi no tale status, è un tema conoscitivo o teoretico, non morale. Altrove ho cercato di argomentare che l'abbandono del nichilismo richieda la ripresa dell'ontologia e della conoscenza reale , nel senso che il nichilismo rappresenta la massima obiezione contro l'assunto che sia possibile raggiungere con l'esercizio naturale dell'intelletto una conoscenza incompleta quanto si vuole, ma per l'essenziale stabile e non smentibile della struttura fondamentale dell'Intero. La filosofia dell'essere e in certo modo la fenomenologia si sono inoltrate su questo cammino, mentre le scuole analitiche sono state più reticenti per una serie di motivi che sarebbe qui lungo presentare, e che si concentrano intorno alla possibilità della conoscenza metafisica. Il tema è stato dibattuto nella filosofia analitica, con esiti non di rado assimilabili all'agnosticismo e al decisionismo: al fondo della realtà c'è una scelta infondata. Ciò in una certa misura permane nell'intervento di Dummett. Occorre meditare sulla stretta connessione posta tra nichilismo e "morte di Dio", per cui sembra che la fede in Dio emerga come condizione necessaria e sufficiente per salvare dal nichilismo. Il posizionamento avviene sul terreno della teologia e della religione, lasciando sguarnito il campo della filosofia. Una certa ambiguità pare presente nel concetto «conoscere come sono le cose in se stesse», che l'illustre filosofo inglese riserva solo a Dio, ritenendo che tale conoscenza sia legata a uno sguardo non situato, al di fuori del tempo e dello spazio. All'uomo non è preclusa una certa conoscenza di come sono le cose in se stesse, a cui contribuiscono scienza e filosofia. La conoscenza delle essenze è difficile, ma almeno quella dell'Uomo non è impossibile. Anzi la presupponiamo, perché senza il concetto di una natura o essenza umana invariante, sarebbe vano intendersi, valicando spazio e tempo.
Il nichilismo etico che vuole porsi al di là del bene e del male conduce a gravi esiti contro cui è saggio difendersi. Ed . è quel che ha fatto non poca filosofia recente, non di rado anglosassone, ingaggiando una impegnativa battaglia contro nichilismo e relativismo morali. La vittoria conseguita appare però provvisoria e parziale, poiché il nichilismo più radicale è quello aletico. Ammetto che questo assunto risulti oggi ostico. Per illustrarlo un poco, vorrei convocare il tema della causalità: soprattutto la causalità esistenziale od ontologica, di cui è intessuto sino al midollo ogni aspetto della vita, più che la causalità di cui si occupa la scienza, non di rado parziale e astratta. Poiché la relazione causa-effetto è onnipresente - entro il torrente della vita universale le cose nascendo, incrociandosi, crescendo, morendo attestano in maniera sontuosa le infinite forme della causalità - si può concedere che analizzando il regresso dagli effetti alle cause sia possibile raggiungere una certa conoscenza dell'intero lungo tre cammini- il procedere dell'effetto dalla causa; somiglianza dell'effetto alla causa; loro dissomiglianza. La negazione della causalità ontologica rinserra l'uomo nel nichilismo, poiché non vi è risposta al "perché", né ragione sufficiente di alcunché.
VITTORIO POSSENTI
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Alfonso Chiaromonte
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