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Giacomo Manzoni di Chiosca

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Giacomo Manzoni di Chiosca

Messaggio  Flavia Vizzari il Gio 3 Lug 2008 - 19:54

Dal libro, L’IPPOPOTAMO E ALTRI ANIMALI

FAVOLE PER TUTTE LE ETÀ






SOMMARIO



IL TRICHECO 3
IL COCCODRILLO 15
L' IPPOPOTAMO 22
LA GIRAFFA 34
IL RINOCERONTE 51
IL GALLETTO BRONTOLONE 55
L'ORSO 62




IL TRICHECO


Un giorno un tricheco, in viaggio d'affari, si trovò a passare per Monaco di Baviera proprio quando si celebrava la festa di Ottobre.
Trascinato dalla calda ospitalità dei bavaresi, si confuse nella folla inondata di birra e di salsicce e, al braccio di una bionda massiccia quanto lui, si abbandonò alle danze più sfrenate.
Così, tra birra e canti, forse oppressi dal caldo, forse suggestionati dall'ambiente, il tricheco e la sua amica, rapiti da improvviso impulso di amore e di follia, decisero di partire per l'Alaska.
Si recarono quindi immediatamente alla stazione e salirono sul primo treno in partenza.
Era sera e il buio, la birra, la stanchezza e il monotono dondolio del treno fecero il loro effetto: i due si addormentarono in pochi minuti, tra sogni dolcissimi ed eterei e sobbalzi dovuti a difficoltà di digestione.

Si risvegliarono di prima mattina. Il vagone su cui erano saliti la sera precedente si trovava parcheggiato nel binario morto della stazione di Rosenheim.
La prosperosa signora bavarese, smaltiti i fumi dell'alcol, trovandosi accanto quel grosso bestione baffuto, fu presa da grande spavento; fuggì via precipitosamente, e di lei non avremo più nessuna notizia.
Il tricheco, svegliatosi poco dopo, si trovò così, solo e senza soldi, ospite di un paese straniero e sconosciuto.
Si aggirava sconsolato per le strade della città senza sapere cosa fare, quando, alzando la testa, si accorse di essere in via Gutenberg.
Come tutti sanno Gutenberg fu l'inventore della stampa a caratteri mobili.
Così il tricheco pensava tra sé: “Potrei mettermi anch'io a stampare libri. Tutti leggono, al giorno d'oggi, non importa cosa. Se poi mi riuscisse di stampare dei libri belli, sarebbe una gran consolazione, con tutte le porcherie che circolano per le librerie!”
Così decise di cercare una tipografia.
Consultò l'elenco del telefono e, tra le tante, scelse la premiata tipografia Füssdertal che, purtroppo, si trovava dalla parte opposta della città.
Il tricheco camminò a lungo. Il sole, autunnale ma ancora vigoroso, dopo aver sciolto le brume del mattino, aveva acceso il cielo di un azzurro limpidissimo. Vermiglie cascate di gerani ancora in piena fioritura pendevano dai balconi e dalle finestre sulle candide facciate delle belle case bavaresi. C'era un'allegria, un senso di gioia nell'aria, che faceva contrasto con il malumore del nostro tricheco, già stanco, deluso, squattrinato e affamato. Per di più aveva anche il mal di testa.
Giunse alla tipografia a mezzogiorno preciso. Gli impiegati stavano uscendo e il tricheco si rivolse deciso a quello che aveva l'aspetto più importante e gli chiese del titolare.
“Il Signor Füssdertal? E' in riunione e non si può disturbarlo; comunque, se mi dice l'argomento della visita, posso fissarle un appuntamento.”
Il tricheco spiegò che voleva entrare in società con il Signor Füssdertal per stampare buoni libri, perché, con tanti libri che si vedono in giro, di veramente buoni, che meritano di essere letti, ce ne sono piuttosto pochi.
Così parlando il tricheco si infervorava nel suo discorso; ma l'impiegato, che era atteso a casa per il pranzo e non aveva tempo da perdere con quel baffuto sconosciuto dalle lunghe zanne, si convinse che il Signor Füssdertal, per una volta, poteva essere anche disturbato durante la riunione, introdusse il tricheco nel salottino d'attesa di fronte all'ufficio della presidenza e se ne andò.

Il tricheco attese per oltre un'ora.
Se ne stava lì, in una poltrona non troppo comoda a guardare il soffitto a losanghe, il lampadario di acciaio e cristallo, il tavolino di marmo nero con alcune riviste.
Una era una rivista di cucina e il tricheco, che non aveva ancora fatto colazione, si sentiva l'acquolina in bocca osservando gli elaborati piatti fotografati e descritti con tanta precisione che sembrava veramente di sentirne l'appetitosa fragranza.
Finalmente una segretaria biondissima, occhialuta e allampanata lo invitò a seguirla nell'ufficio del presidente.
Il Signor Füssdertal sembrava piuttosto contrariato dal fatto che un tizio assolutamente sconosciuto venisse ad importunarlo proprio mentre si accingeva ad uscire per il pranzo. Fin dalle prime battute si rese conto che il discorso sarebbe stato lungo e, per limitare le perdite di tempo senza voler sembrare scortese, invitò il tricheco ad andare a pranzo con lui.
Così, strada facendo e poi seduti al tavolo di un piccolo ristorante, elegante ma austero, il tricheco espose con ricchezza di particolari la sua profonda teoria sui libri belli e sui libri brutti, sui libri volgari e quelli raffinati. Sul modo di distinguere tra gli argomenti, per scegliere non tanto quelli di più facile successo, ma piuttosto ciò che ha un vero valore di arricchimento culturale e spirituale.
Il Signor Füssdertal ascoltava distratto. Al dessert interruppe il lungo sproloquio con una domanda un po' brusca: “Scusi, ma dove vuole arrivare? Cosa desidera concretamente da me?”
Il tricheco ammutolì: quell'avverbio messo lì con spontanea noncuranza lo metteva in imbarazzo. Lui voleva stampare buoni libri: il "concretamente" non era di sua competenza.
Il Signor Füssdertal non capiva l’improvviso silenzio del tricheco e, per non perdere tempo, fece questa semplice proposta: “Senta, mi porti il suo manoscritto ed io mi impegno a leggerlo di persona. Non dubiti, sarà valorizzato come merita.” Poi, alzatosi da tavola, si avviò di buon passo verso l'ufficio.
Il tricheco lo seguiva taciturno: scrivere libri, lui? Non ci aveva mai pensato, e non sapeva proprio da dove avrebbe potuto incominciare.
Cercò di spiegare al Signor Füssdertal che la sua idea era un'altra, ma questi, giunto sull'uscio della sua fabbrica, lo congedò con un saluto cordiale, ma non troppo.

“Per scrivere libri ci vuole ispirazione”, pensava il tricheco, “e qui, come mi ispiro, solo, senza soldi, a Rosenheim?”
Il tricheco pensava alla prosperosa tedesca di Monaco, e al breve sogno di fuggire in Alaska con lei. Pensava che se avesse potuto andare lontano, vedere posti nuovi, vivere affascinanti esperienze, fare conoscenza con persone importanti, parlare con gente diversa, studiare i sentimenti profondi che muovono la psiche umana; se avesse potuto, insomma, amare, viaggiare e divertirsi, avrebbe avuto argomenti per un libro, o almeno per un breve racconto. Ma intanto si trovava per strada con le tasche vuote.

Il pomeriggio era trascorso tra pensieri e meditazioni. Il tricheco aveva vagabondato per la città, soffermandosi sulle panchine dei giardini, senza nessuna meta, ed ora si ritrovava nei pressi della stazione da dove aveva iniziato la sua deludente giornata.
Incominciava ad imbrunire ed il tricheco entrò nella stazione, per cercare un angolo dove passare la notte nelle sale d'aspetto o su qualche vagone in sosta.
Passando lungo i tavoli del ristorante si sentì apostrofare: “Ehi, cameriere!” Un distinto signore con giacca e cravatta, accompagnato da una graziosa giovane bionda e imbellettata, lo chiamava con insistenza. Lui avrebbe voluto tirare dritto per la sua strada ma, per istinto, si fermò, raccolse un tovagliolo e un blocco notes sul tavolo più vicino, registrò le ordinazioni dei due viaggiatori, ed entrò nel retro del ristorante.

Era un'ora di punta. L'orario ferroviario concedeva giusto il tempo di una rapida cenetta per i viaggiatori che dovevano cambiare treno.
Tutti avevano fretta e nelle cucine del ristorante nessuno lo guardò in faccia. Qualcuno prese il foglietto delle ordinazioni e gli consegnò un vassoio ricolmo, intimando: “Tavolo dieci!”
Il tricheco iniziò a far la spola fra cucina e tavoli. La cosa gli veniva spontanea; si sentiva portato per quel lavoro, e non provò imbarazzo neppure quando, due ore più tardi, si sedette a pranzare anche lui, in un tavolino un po' appartato, con altri camerieri.
Qualcuno gli domandò se era un nuovo assunto, e lui dovette rispondere che no, non era assunto per niente.
Il direttore rimase perplesso: lo aveva visto indaffarato per tutta la sera, e non sapeva come comportarsi. Alla fine gli offrì una lauta mancia e lo congedò.
Il tricheco andò a dormire su una carrozza in sosta.

“Chi sei?” domandò una vocina dal fondo della carrozza buia.
“Sono un cameriere”, rispose il tricheco.
Una risatella argentina risuonò nell'oscurità: “Sei venuto a portarmi la cena? Sarebbe ora, sono tre giorni che non mangio, e lo stomaco mi sta diventando lungo lungo... Ma no, che non sei un cameriere! Mi sembri piuttosto un tricheco vagabondo. Che ci fai su questo treno? Quando passerà il guardiano ti butterà fuori: non puoi certo nasconderti sotto i sedili come faccio io!”
Il tricheco non vedeva niente. Non capiva chi avesse parlato; si distese meglio che poté cercando di prendere sonno.
Un raggio di luna entrò dal finestrino e accese riflessi dorati in due occhietti spauriti, sbarrati nell'oscurità sotto al sedile. “Vieni, mettiti anche tu qui sopra. I guardiani non importunano i trichechi!”

La panca era dura e troppo corta, ma il tricheco dormì saporitamente.
Alle prime luci uno scossone lo destò: il locomotore aveva prelevato la carrozza per agganciarla ad un treno in formazione.
Tra poco lo avrebbero costretto a scendere. Aprì gli occhi, e si vide davanti un cagnetto piccolo piccolo, una specie di bassotto, ma con le gambe un po' più lunghe e il pelo folto e arruffato.
“Chi sei?” domandò spontaneamente.
“Sono Otto, e tu? E' vero che non sei un cameriere?”
“No, hai ragione, io sono uno scrittore.”
“Forse vorresti essere uno scrittore!” ribatté Otto, guardandolo fisso negli occhi. Il tricheco tagliò corto: “Vieni, andiamo a fare colazione.”
Scesero dal treno e andarono al bar della stazione.
Otto scodinzolava in mezzo alla gente; frugava per terra cercando le briciole che gli avventori, sempre frettolosi, lasciavano cadere.
“Eccomi al punto di partenza”, pensava il tricheco, “e per di più piove!”
Infatti il tempo era cambiato ed una pioggia sottile ed insistente rendeva uggiosa quella triste mattinata di fine ottobre.
La cittadina, che il giorno prima era parsa così allegra e luminosa, era ora cupa, fredda, triste sotto la pioggia.
Veniva voglia di rintanarsi in una di quelle belle case, dall'aspetto così accogliente, dove senza dubbio era già acceso un caminetto scoppiettante, e passare la mattinata a guardare le fiamme vivide che si sprigionano dalla legna ben secca, il formarsi dei tizzoni, il consumarsi delle braci che si nascondono piano piano sotto la cenere.
Leggere un buon libro accanto al fuoco, attendendo l'ora del desinare.
Ecco: un buon libro. Bisogna scrivere un buon libro.
“Io un'idea ce l'avrei” esclamò Otto, che gli aveva letto nel pensiero. “Perché non racconti la "tua" storia fin dall'inizio?”
Poteva essere una buona idea. Nessuno conosceva la storia del tricheco: da dove veniva, chi era, cosa faceva e perché si trovava, due giorni prima, a Monaco di Baviera. “In viaggio d'affari” qualcuno avrebbe detto. Ma che tipo di affari? E poi, quelli che vanno in "viaggio d'affari", hanno sempre la loro brava carta di credito in tasca, mangiano al ristorante e dormono negli alberghi.
Cosa ci faceva un tricheco vagabondo e squattrinato alla festa di ottobre?

Davanti alla stazione si apriva un ampio piazzale, circondato da portici, che continuavano lungo la via che conduceva nel centro della città.
Il tricheco si avviò lentamente lungo i portici, soffermandosi ad ammirare le vetrine dei negozi, che esponevano merce via via sempre più raffinata ed elegante di mano in mano che ci si avvicinava al centro.
Dai negozi di chincaglierie, dai magazzini di abbigliamento, si passava piano piano fino agli orefici più ricercati e alle più esclusive sartorie.
Anche il ristorante della stazione non aveva nulla a che vedere con l'elegantissimo locale davanti al quale si trovava ora.
In fondo in fondo si mangiavano le stesse cose, ma che nomi roboanti e francesi avevano saputo trovare per una fettina di vitello con due patate al forno!
Camerieri in doppiopetto nero si aggiravano per tavoli ricoperti da preziose tovaglie ricamate. Posate d'argento stile impero, vasellame della porcellana più fine e pregiata, cascate di fiori aristocratici, come calle, amarilli e orchidee, disposti con sapiente maestria, ornavano la sala, divisa in discreti séparé a due, quattro o sei posti.
Erano esclusi i colori violenti; dominavano la tinta avorio e i legni scuri, come mogano e noce. Gli argenti, disposti un po' ovunque, riflettevano una luce ambrata, delicata, diffusa.
Una musica morbida, un po' romantica, si diffondeva da piccoli altoparlanti nascosti dietro la tappezzeria.
Chi sa quali storie meravigliose si sarebbero potute inventare in quell'ambiente!
Il tricheco entrò e chiese del direttore.
“Sono uno scrittore”, si presentò, “e vorrei poter lavorare qui. Non avete bisogno di un cameriere?”
Ma non avevano nessun bisogno di un cameriere, tanto meno tricheco e scrittore.

Il tricheco entrò in una grande libreria. Non sapendo cosa scegliere, si aggirava fra gli scaffali colmi di libri, osservava le copertine elegantemente illustrate; ma non si lasciava trarre in inganno: sapeva bene che spesso quanto più è vistosa la copertina, tanto più è squallido il contenuto.
Non è facile per un grosso tricheco muoversi negli stretti corridoi di una libreria, così, senza volerlo, urtò una ragazza.
Doveva essere una studentessa di liceo, o dell'università. Era vestita sobriamente, con un grazioso tailleur color carta da zucchero e una camicetta color panna. Portava i capelli, di colore biondo intenso con riflessi dorati, raccolti in una breve treccia annodata sopra la nuca.
Il tricheco non sapeva come scusarsi. La ragazza si era chinata e aveva già raccolto con mossa agile i libri che le erano caduti, lasciando intuire, nei rapidi movimenti, la grazia del suo corpo elegante e flessuoso.


Ultima modifica di Flavia Vizzari il Gio 3 Lug 2008 - 19:58, modificato 2 volte


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Re: Giacomo Manzoni di Chiosca

Messaggio  Flavia Vizzari il Gio 3 Lug 2008 - 19:54




Il Tricheco.......illustrazioni dell'autore



“Scusi signorina...” e due occhioni verdi, sereni ed indulgenti lo avevano fissato per un breve istante, dando risalto ad un visetto ovale, dal nasino un po' schiacciato, dolce, affettuoso.
“Le ragazze, specialmente quelle carine, sono sempre un buon argomento per un romanzo” aveva subito pensato il tricheco...
“Scusi, signorina, potrebbe raccontarmi la sua storia?”
Ma la ragazza non aveva nessuna storia da raccontare. Aveva sorriso, mostrando una candida arcata di denti perfetti, e si era allontanata senza pronunciare una parola.
“Forse non conosce la nostra lingua”, pensò il tricheco, e rimase a lungo a fantasticare su quella graziosa ragazza straniera e al dramma della sua delicata esistenza nell'ambiente duro ed ostile di una città sconosciuta.

“Dove vuole andare?”
Il tricheco, seguendo tutti i portici per ripararsi dalla pioggia, era tornato alla stazione e si era messo in coda allo sportello dei biglietti. Ma questa domanda indiscreta lo coglieva impreparato.
“In Alaska”, pensava: “Io vorrei andare in Alaska con la grossa tedesca di Monaco”. Ma non era la risposta giusta.
Così acquistò un biglietto per Monaco e si mise ad aspettare il primo treno.
Passeggiava avanti e indietro lungo la pensilina; la stazione era silenziosa, come di notte; si sentiva solo crosciare la pioggia, e un rombo continuo, lontano: il pulsare della città che si trasmette in una vibrazione costante, cupa e profonda, che penetra nei fabbricati, risale dalle fondamenta, invade ogni angolo e ogni struttura.
Otto era ricomparso, e lo seguiva con fare svogliato, soffermandosi ad annusare qua e là, ai piedi delle panchine deserte, tutto ciò che trovava lungo il suo percorso.
Quando il treno arrivò, salirono insieme.

Mentre dormicchiava, cullato dal rullio del treno, il tricheco cercava di mettere insieme gli elementi della sua storia, che gli venivano in mente in modo disordinato: il ristorante sotto i portici in centro, la notte passata sul vagone in sosta, la fuga in Alaska, gli occhioni verdi e sorridenti della ragazza in libreria e gli occhietti neri e luccicanti di Otto, che lo stava fissando proprio in quel momento.
“La vita è fatta così”, esclamò il cagnetto: “una serie sconclusionata di incontri, un susseguirsi di piccole avventure quotidiane, un alternarsi ritmico di fame e di sonno.”
“C'è chi corre affannosamente e chi si attarda a guardare le cose, a cercare nel profondo della propria anima la ragione di esistere.”
“E tutti ci troviamo alla fine allo stesso punto, immersi in un mondo che ci ospita ma non ci appartiene; ed è inutile cercare di afferrarlo, di stringerlo e concentrarlo per farlo entrare nelle nostre tasche. Per questo gli animali non hanno tasche.”
“Non tutti però”, proseguì il tricheco: “Mamma cangura ha la sua tasca, e ci tiene quello che ha di più caro al mondo! Dovremmo imparare da lei a conservare solo le cose che hanno veramente valore.”

Giunsero a Monaco stanchi ed affamati. Otto andò al ristorante della stazione a raccogliere le briciole sotto ai tavoli, e il tricheco tornò all'albergo dove due sere prima aveva lasciato la valigia con le sue carte di credito, e riprese il suo viaggio di affari, senza più illudersi di poter essere vagabondo, squattrinato e felice.


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Re: Giacomo Manzoni di Chiosca

Messaggio  Flavia Vizzari il Gio 3 Lug 2008 - 19:59

IL COCCODRILLO


Un giorno un grosso coccodrillo decise di fare il giro del mondo. Lasciò il fiume dove aveva vissuto fino ad allora e, non avendo i soldi per comperare il biglietto del treno o della corriera, si mise sul bordo della strada a fare l'autostop.
Ma la gente che passava aveva paura del coccodrillo, e nessuno si fermava, finché passò un signore che aveva una fabbrica di borsette. Questo signore quando vide quel coccodrillo così grande con tutta la sua pelle addosso, pensò di prenderlo per farne borsette. Fermò il suo camion e, con un gran sorriso, domandò:
“Buongiorno, signor coccodrillo, dove desidera andare?”




Il coccodrillo ricambiò il saluto e rispose:
“Vorrei fare il giro del mondo.”
“Oh, che fortuna!” ribatté il signore del camion, “Vado proprio da quella parte!”
Il coccodrillo salì sul cassone e il camion si avviò.
Ma quando giunsero nei pressi della fabbrica di borsette, e il coccodrillo vide tutte le pelli stese ad asciugare al sole, si spaventò moltissimo; saltò giù dal camion e si buttò in un canale.
Il padrone della fabbrica ci rimase male quando non lo trovò più nel camion, ma il coccodrillo l'aveva scampate bella!

Il coccodrillo, in fondo al canale, pensava: “Non c'è più da fidarsi di nessuno! E' troppo pericoloso fare l'autostop per un povero coccodrillo che viaggia da solo. Sarà meglio che vada a piedi.”
E così fece: uscì dal canale e, per sentieri e viottoli, arrivò fino al paese più vicino.
Era giorno di fiera, e in paese c'era un gran mercato.
C'era molta confusione: la gente andava e veniva e i venditori gridavano per presentare la loro merce.
Il coccodrillo si avvicinò ad un bancone su cui erano esposti dei buonissimi canditi, di cui era molto goloso e, molto garbatamente, con un grande sorriso, chiese al negoziante, che era una signora un po' grassa, se poteva regalargli qualche candito, perché non aveva i soldi per pagare.





La signora, quando vide tutti i denti aguzzi del coccodrillo, si spaventò moltissimo, e gli diede tutti i canditi che voleva. Ma il coccodrillo, che era molto educato, ne prese solo due e proseguì il suo viaggio.

Cammina, cammina, arrivò in una grande città.
Il coccodrillo era molto stanco e aveva male ai piedi per cui, quando vide della gente che faceva la fila per salire sul tram, si mise in coda con gli altri. Ma il controllore gli disse che, se non aveva il biglietto, non poteva salire.
Il coccodrillo andò allora al chiosco dove si vendono i biglietti e, molto garbatamente, con un grande sorriso, chiese se, per favore, poteva avere un biglietto dell'autobus, gratis perché non aveva i soldi per pagare.
Il bigliettaio, vedendo il sorriso del coccodrillo con tutti quei denti acuminati, terrorizzato gli diede più di cento biglietti. Allora il coccodrillo incominciò a girare per tutta la città avanti e indietro con il tram.


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Re: Giacomo Manzoni di Chiosca

Messaggio  Flavia Vizzari il Gio 3 Lug 2008 - 20:00



Ma la gente incominciò a protestare:
“Non vogliamo i coccodrilli sul tram!”
“I coccodrilli mordono i bambini!”
Il che non era vero perché il coccodrillo era molto educato e non aveva mai morso nessun bambino.
“I coccodrilli puzzano!”
Questo era un po' più vero.
“I coccodrilli occupano molto posto e non ne resta più abbastanza per noi!”
Questo era verissimo, perché il coccodrillo era lungo più di cinque metri e da solo riempiva mezzo tram.
L'azienda tranviaria decise di istituire un servizio apposito, riservato ai coccodrilli. Ma intanto il coccodrillo aveva finito i suoi biglietti e se ne era andato.

Lasciata la città il coccodrillo camminò a lungo sotto il sole, finché giunse accaldato e stanco sulle rive di un grande lago. Attratto dalla freschezza delle acque, si tuffò e si mise a nuotare.
Quando fu in mezzo al lago vide passare un grosso battello, tutto pieno di passeggeri. Allora, essendo un coccodrillo molto socievole ed educato, si sporse dall'acqua e, tutto sorridente, si mise a fare segni di saluto con le zampe.
Ma i passeggeri, vedendo quella grande bocca tutta piena di denti acuminati, si spaventarono moltissimo, e pensarono che si trattasse di un mostro marino o di un drago. Il capitano con un megafono incominciò a gridare:
“Tutti ai loro posti! Attenzione sul ponte: c'è un mostro nel lago!”
Il coccodrillo non pensava proprio di essere stato scambiato per un mostro e, sentendo gridare "c'è un mostro nel lago", fu preso da una grande paura e cercò di arrampicarsi sulla nave.
Ma le fiancate della nave erano lisce, e per di più i marinai, con remi e bastoni, gli impedivano di salire.
Il coccodrillo dovette rinunciare; si rituffò nell'acqua e, nuotando più in fretta che poteva, andò a rifugiarsi su una isoletta che per fortuna non era troppo distante e, sfinito di stanchezza e di paura, si mise a dormire.

Quando si svegliò vide che due ragazzi erano venuti con una barchetta a remi sull'isoletta, e si erano messi a riposare sulla spiaggia, all'ombra.
Il coccodrillo si avvicinò tutto sorridente, per domandare molto garbatamente se, per favore, potevano portarlo con la barchetta fino alla riva, perché aveva paura del mostro marino.
Ma i ragazzi, terrorizzati, scapparono a rifugiarsi sull'albero più alto che c'era sull'isola. Il coccodrillo allora andò sulla barchetta e, aspettando che i ragazzi scendessero dall'albero, si acciambellò sul fondo e si mise a dormire.
I ragazzi non osavano avvicinarsi alla barchetta e, quando il coccodrillo si fu addormentato, fuggirono a nuoto e raggiunsero presto la riva. Cosicché il coccodrillo, non trovando più i ragazzi sull'isola, poté tornare a riva con la barchetta a remi.
“Anche nei laghi ci sono molti pericoli”, pensava il coccodrillo, “bisogna che mi guadagni dei soldi per poter viaggiare in treno.”
Poco lontano si imbatté in un circo dove lavoravano molti animali. Si informò da un leone, che sembrava una bestia molto perbene, e seppe che il trattamento era familiare, con cibo sano ed abbondante, la paga era discreta, ma il lavoro piuttosto pesante.
“Pensa”, diceva il leone, “che mi tocca far rotolare con le zampe una palla, ballare a suon di musica, saltare dentro a dei cerchi infuocati e, quel che è peggio, prendere in bocca la testa del domatore!”
Così il coccodrillo si presentò al padrone del circo il quale, vedendo che era una bestia molto educata, socievole e disciplinata, lo assunse in prova e lo consegnò al domatore.

Il domatore ci sapeva fare con gli animali: insegnava loro un mucchio di esercizi e li trattava con pazienza e con rispetto anche se, delle volte, sulla pista del circo si innervosiva e faceva schioccare la frusta con pericolo di far loro del male.
Il coccodrillo aveva imparato a fare dei tuffi con evoluzione: si avvolgeva a ciambella e rotolava nell'acqua come una ruota; inoltre si prestava per gli scherzi dei clown che si sedevano sulla sua schiena come su un tronco di legno.
Così, lavorando per il circo, girava per il mondo e aveva già messo da parte qualche soldo.
Il domatore gli aveva raccomandato:
“Non sorridere, perché con i tuoi denti spaventi gli spettatori.”
Ma il coccodrillo alla fine di ogni esibizione non poteva fare a meno di sorridere alla folla che applaudiva, e prendeva un aspetto così feroce che tutti si mettevano a tremare di paura.
Il domatore pensò allora di sfruttare l'aspetto feroce del coccodrillo con l'esercizio che faceva già con il leone, e cercò di insegnargli a prendere in bocca la sua testa.
Ma la prima volta che fecero la prova, i capelli, che il domatore portava lunghi e fluenti, fecero solletico in gola al coccodrillo che, senza volerlo, chiuse di colpo la bocca e ingoiò la testa del domatore.

Immaginatevi il dispiacere del coccodrillo nel vedere il domatore, a cui oramai si era teneramente affezionato, completamente morto e senza testa! Si mise a piangere dirottamente, ma la gente non voleva credere che lui non l'avesse fatto apposta, e dicevano tutti che erano lacrime di coccodrillo.
Il padrone del circo si convinse che era pericoloso, e quindi decise di mandarlo alla fabbrica di borsette perché gli facessero la pelle.
Ma quando fu là il coccodrillo disse che era amico del padrone della fabbrica e che si erano conosciuti quando faceva l'autostop. Lo condussero dal padrone e il coccodrillo, riconoscendo quel signore che gli aveva dato un passaggio tanti mesi prima, gli fece un sorriso tanto largo che fece vedere tutti i denti, anche gli ultimi in fondo in fondo, quasi vicino alle orecchie.
Tutti rabbrividirono di paura e i guardiani allentarono le corde con cui avevano legato il coccodrillo, che subito ne approfittò per liberarsi e correre a gettarsi in quel canale che già una volta era stato la sua salvezza.
E appena poté ritornò al fiume da cui era partito all'inizio della sua avventura e non se ne allontanò mai più.


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Flavia Vizzari
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Re: Giacomo Manzoni di Chiosca

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