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Il potere salvifico della poesia di Giovanni Albano 

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Il potere salvifico della poesia di Giovanni Albano 

Messaggio  Flavia Vizzari il Dom 30 Ott 2016 - 16:41

La poesia è costruita di tempo e di luoghi, metafore che circondano l’immenso destino del sogno della vita e sono, appunto, quei luoghi che recitano lo spazio, un intreccio che è conoscenza e dimensione dell’essere. La poesia, dunque, è didattica della vita e bisognerebbe riflettere su questo aspetto, dovendo spingerci verso una metodologia della poesia, poiché questa espressione conosce il tempo, l’emozione, lo stupore, la meraviglia, il dolore, la gioia, la passione. Spesso si dibatte sulla funzione della poesia, che appare come un gioco letterario infinito ma anche indefinibile, ci cattura, ci aggredisce, ci abbandona, vive dentro di noi. Il poeta e lo scrittore hanno una loro geografia che è metaforica e fisica al tempo stesso. I luoghi dello scrittore, quelli fisici inizialmente, diventano ben presto spazi della letteratura. Il più delle volte i versi dello scrittore si impossessano dello stesso linguaggio dell’umanità, che è recita del tempo e di modelli esistenziali. L’autore si forma con il linguaggio, recuperando alla memoria i segni del quotidiano e una volta recuperati questi gesti li assorbi per renderli rappresentativi. La poesia è l’estrema esperienza e testimonianza del linguaggio. La salvezza della parola che “racconta i simboli del tempo e della vita” (E. Sanguineti). In un contesto di lacerazione della speranza, la poesia assume la percezione di un valore che diventa espressione di sentimento e di sensazioni. Le parole sono appunti di un viaggio segnati nelle pagine, ma ciò che emerge è la bellezza delle visioni offerte dal verso, che è il segno tangibile di un codice simbolico che è un intreccio di sentieri onirici. Certamente, la poesia ci aiuta a capire di più la vita e il suo tempo con le immagini che si affacciano al nostro inconscio dopo la lettura dei versi e il quadro delle ansie percorre strade di verità, dove sostanzialmente le metafore occupano e ridisegnano lo scenario della vita espressa nelle liriche. È sottile ma estrema l’esperienza della poesia, nella quale si innerva, come visione di un viaggio all’interno di noi stessi, il tempo, il sogno e il senso della morale. Il tutto in un intercalare di distanze, che non separano ma offrono consapevolezza, dove la lirica ci permette di perdere il tempo del vissuto, di raccogliere emozioni anche del quotidiano di rappresentare l’esercizio dell’esistere. La quotidianità uccide la favola, la magia, il mistero, perché toglie creatività al vissuto stesso come elemento di un realismo immediato e per questo sugella una geometria che non può condurre alla descrizione sincera del vissuto. La poesia invece si impossessa di un aspetto della memoria che va oltre il realismo e allora porta con sé la dimensione del messaggio universale, perché assottiglia il rapporto con il reale e prende sopravvento il mistero. Il tempo in letteratura non conosce il presente ma lo attraversa e lo coinvolge successivamente, nel momento in cui lo ha conosciuto è già passato e questo trascorso definisce la nostalgia, che in letteratura si legge anche come pathos, si plasma quindi di quelle connotazioni salvifiche che sono parte dell’articolazione poetica. Lo scrittore deve confrontarsi, con questi attraversamenti, con il suo mondo che è fatto di parole e di sentieri dell’anima, in un giocare con il presente dove i luoghi della propria esistenza diventano metafora letterariamente ma anche antropologicamente. Gli spazi dell’essere sono i luoghi
del tempo, che fanno della parola l’immenso universale dell’uomo. Il “logos” poetico viene sempre ad essere vissuto come “destino di appartenenza” (Lewin), fatto di simboli, come un riferimento ancestrale, che si traduce come ragione delle origini, richiamo che ci porta al senso della nascita, un legame che unisce ancora di più un orizzonte non solo letterario ma umano. In questo proscenio, il tempo e lo spazio sono decifrazione, appunto, di un mistero ma sia il tempo che lo spazio definiscono la nostra essenza. La poesia come motivazione dunque, desiderio ancestrale di ritrovare il nostro Io anche dialettico in una costante necessità di ritrovarsi in un indefinibile desiderio che cattura, tra l’altro, il bisogno di conoscenza, appunto un viaggio che va verso il sentimento della salvezza. Lo scrittore ha come filo conduttore un legame, ancestrale, forse inconscio, ma che diventa simbolico nella poesia nutrendosi di figure della retorica al fine di non perdersi, di non dimenticare. Ecco perché il “logos” nella poesia ha sempre un valore metafisico e non potrebbe essere diversamente, dove tutto questo lo si può riassumere come la “circostanza del ragionamento lirico” (E. Montale). Questo ragionamento poetico, che è la metafisica dell’esistenza e la metafora della parola, non è altro che la nostra prospettiva di vita che accomuna una identità che ha sempre una sua visione di salvezza. La nostra vita, se non è attraversata dall’assenza di verità sa di essere aggredita dal vuoto e la perdita del vero letterariamente diventa una “piccola morte” e soprattutto la si legge come un lutto e quindi come l’intrappolamento dell’angoscia. È da questa angoscia che lo scrittore, il poeta, deve cercare di uscir fuori e spingere alla riflessione i fruitori della poesia. La fuga, in questo caso, è piuttosto un volgere dall’angoscia che mira a riconquistare un destino di salvezza interiore, ma non solo. La poesia è dunque metafora della nostra coscienza e dei desideri, poiché in essa si recupera l’agonia dello smarrimento in una dimensione non del rifugiarsi nel luogo ma ritrovarsi nella giusta dimensione e quindi lacerare così anche il sentimento della distanza dal nostro desiderare. Potremmo affermare che ritornare è in fondo “ricostruire un universo perduto” (Mario Luzi). Sostanzialmente l’idea omerica della poesia è un destino e resta tale in un tempo che non può essere reale e che in letteratura si traduce nell’orizzonte della memoria. La letteratura è un orizzonte dunque che va oltre la linea del confine e il poeta riesce a vagare quando la poesia è un percorso, una geografia del tempo e dell’essere, una metafora che intaglia dentro di noi attraverso anche la fisicità, un giocare con l’anima, con le disarmonie-armonie del cuore, con la nostra essenza. Insomma vivere la poesia non è alla fine una esistenza astratta, ma una realtà che non conosce maschere e finzioni, e questo è già un sogno di salvezza. Bisogna proprio riprenderci ciò che abbiamo perduto per essere nell’anima della poesia, ricostruendosi nel tempo che fugge, una geografia indefinibile, come è indefinibile il valore salvifico di certe parole che sfiorano, accarezzano teneramente, respiri di passioni di un silenzio fatto di versi, perché a volte la poesia è anche silenzio. La poesia è anche silenzio, sogno, realtà, salvezza in un linguaggio nell’indefinibilità dell’essere e del tempo. Il viaggio poetico è un incidere nel solco di una memoria e della nostra anima che supera ogni steccato, perché è luogo dell’essere che si fa misterioso cammino verso la salvezza.


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Re: Il potere salvifico della poesia di Giovanni Albano 

Messaggio  Flavia Vizzari il Mer 11 Gen 2017 - 1:47



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