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Un castello dimenticato - Racconto quasi celtico

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Un castello dimenticato - Racconto quasi celtico

Messaggio  Lucio Musto il Sab 11 Giu 2016 - 22:24

.





.


Un Castello dimenticato
 
Nel curvone del tratto più erto della Pedemontana sulla destra, c'è una stradina, poco più che un viottolo di montagna, che porta al paese di Forra Borgonzo, ed all'antico castello.
 
Dalla Pedemontana il piccolo borgo si intravede appena, e solo d'inverno, quando il ceduo lascia qualche visibilità, mentre e la sagoma massiccia ed inquietante del castello sembra emergere irraggiungibile sul suo trono di granito che spunta nudo e osceno dal verde denso del bosco.
 
   Quella stradina è l'unico accesso al paese e la piccola freccia sbiadita all'imbocco sembra quasi riottosa a dare  quell'indicazione, certo del tutto ignorata dalla più parte degli automobilisti di passaggio attenti alla guida in quell'impegnativo tratto della statale.
 
Ma io sono diverso dagli altri, e sono attratto dalle cose meno visibili, e poi quella sagoma di maniero isolato dal suo borgo mi aveva colpito già da lontano, quando l'ho visto illuminato da uno squarcio di sole nel cielo tempestoso scendendo giù dal passo.  
La curiosità non mi manca, il fine settimana davanti libero da impegni… più che sufficiente per me, ed eccomi a Forra Borgonzo (semplicemente "Forra" per i paesani) ed al suo grande silenzioso castello.
 
"" Un rudere abbandonato da sempre dove non ci va nessuno mai  "" mi informa subito la corpulenta ostessa dell'unico bar-ristolante-alloggio-emporio del paese.   E già sento odore di mistero e prurito di indagine.   Entrando in paese ho notato infatti il sentiero di accesso al castello con l'indicazione marrone dei monumenti storici: "Castello dei Borgonzo XIV Sec".  
Un sentiero lindo e ben tenuto, invitante ed agevole, che sembra parecchio frequentato.
 
Non ho fretta.   Ho fissato la stanza per stanotte, e me ne andrò bighellonando per i vicoli, a sentire l'odore di antico che sempre aleggia in questi borghi isolati e conoscerò qualcuno, che anziani desiderosi di parlare coi forestieri se ne trovano dappertutto, e disponibili a raccontare le storie importanti del loro paese, e le leggende, e gli eventi epici testimoniati dalle antiche pietre che ah!... se potessero parlare…
A me piace immergermi di tanto in tanto nel ritmo diverso di queste vite isolate, lontane dalle stolte frenesie cittadine, dove il coglottio di una tortora o il passaggio alto di un'ala di poiana diventa occasione di rapporto umano, di narrazione, di scambio d'anime…
 
Forra, non è un borgo come gli altri consimili sparsi fra queste montagne.   Simile a tutti gli altri si, ma con qualcosa di diverso, intimamente, profondamente diverso.   Sembra più grigio, più malinconico più triste di ogni altro.  
Ma non nella struttura fisica, non nei vicoli lindi, i balconcini fioriti, i portoncini lustri.   Non nella collegiata, modesta certo, ma dignitosa e ben tenuta o nella piazzetta graziosa ornata dalla garrula fontanella e le cassette di gerani zonali…
No, Forra ha una angoscia nell'aria, forse nello sguardo dei suoi abitanti, nei gesti molli della gente, nel parlare sommesso… Giro lo sguardo intorno e non scorgo alcun sorriso, nemmeno nei monelli che ruzzano per strada gli ultimi minuti prima del rientro della cena.
Il mio animo indagatore avverte il disagio e decido: Forra Borgonzo è un paese che soffre; o è malato, o custodisce un terribile segreto.
 
Più che sufficiente per mettermi in ricerca: indagare i misteri della gente non è il mio mestiere, ma è cosa che mi affascina assai.
L'anomalia mi balza subito agli occhi, dopo solo qualche scambio di battute con la gente; il giornalaio, il vicino di tavolino al bar per l'aperitivo ed il suo compagno di ozio.
 
Un paese così minuscolo, con un grande castello storico alle spalle, dovrebbe vivere all'ombra di quello, della celebrazione dei suoi fasti dell'esaltazione turistica delle sue leggende.   E poco conta se si tratti di un castello ben tenuto o solo di ruderi sbocconcellati… anzi! più pugne e disavventure e distruzioni si sono patite e più i gonfaloni delle rievocazioni si gonfiano!...
Ma qui, no.
 
Forra, del suo castello dei Borgonzo non parla, lo disconosce, lo ignora.
Ha ragione l'ostessa.   Nessuno di quelli che interrogo è mai salito lassù a visitarlo, nessuno ha mai accompagnato un turista di passaggio… anzi di turisti di passaggio qui non ce ne sono, e nessuno vuol visitare il castello… o i ruderi?... Boh!... in paese non sanno nemmeno quello, non sanno in che condizioni sia quell'antica dimora…
 
Qualcosa non mi quadra, in testa.   Di posti carichi di tabù o di terrori ancestrali ne ho sentito parlare e qualcuno davvero spaventoso ne ho anche visitato, ma qui no.   Non c'è terrore o soggezione, solo indifferenza e fastidio.   Gli abitanti di qui vorrebbero solo che il castello non ci fosse, che non fosse mai esistito.
 
Decido di spararmi l'ultima cartuccia, con l'anziano farmacista, che mi sembra persona matura ed equilibrata:  
« Ma se nessuno è interessato al Castello, come mai il sentiero d'accesso allo stesso è così ben curato?... i cespugli potati ai lati, l'erba rasata, non una foglia o un rametto secco in terra a turbarne il lindore?... » chiedo con fare affabile, sperando in almeno uno spiraglio di chiarificazione.
 
Mi guarda intensamente il farmacista, poi mi risponde lentamente, con un mezzo sorriso che chiaramente vorrebbe sembrare amichevole, ma ha un sentore tragico:
 
« Oh! questo è molto semplice da spiegare… è il guardiano del castello a curare il vialetto e tenerlo pulito!... in pratica non ha altro da fare nella vita, e si applica a quello!... »
 
Si interrompe il vecchio gentiluomo, e mi sembra riottoso a proseguire.   Poi, a malavoglia, pianamente continua reticente, quasi a volersi scusare di qualcosa con me:
 
« Quell'uomo abita da sempre nella foresteria del castello, al di qua del ponte levatoio, e sta quasi sempre lassù, o lungo il vialetto a custodirlo.   Scende in paese solo al martedì mattina, quando c'è il mercato, a comprare quel poco che gli serve per la settimana.   Lui non compra nei negozi del paese e non parla mai con nessuno… Mai una volta che lo si sia visto a Messa la Domenica! - rabbrividisce, il vecchio farmacista - lui forse ha un Dio diverso dal nostro… E non so dove prenda i soldi per le sue spese.   Forse ha una pensione che qualche ambulante ritirerà per lui… io non lo so, ma lei… lei penso potrà chiederlo direttamente a lui… perché… perché immagino che lei domattina andrà lassù…. vero?... ».
 
Accenno di si con la testa e lui mi biascica in un sussurro  «le auguro buona vita per sempre », ma è chiaro che non mi vede già più.   Per lui sono già morto.  
Quanto grande può essere la forza della suggestione!.
- 2 -
 
La tempesta minacciosa di ieri sera si è sfogata in gagliardo scroscio notturno ma poi si è dileguata, ed è in un luminoso e fresco mattino che imbocco il viottolo che porta su al castello dei Borgonzo.
Devo dire che la colazione offerta dalla sovrabbondante mia albergatrice (colazione compresa  nell'irrisorio prezzo della camera) è a dir poco sontuosa.   Per me che sono parco di natura è come un pranzo di nozze preparato per uno, ché non ci sono altri avventori nella locanda, e tutta la piazza ed il borgo stamattina sembrano deserti, e mangio da solo.
Ma il paese continua a sembrarmi strano, pur così luminoso, e questo cibo squisito mi sa come di un pranzo di congedo, o l'ultimo rancio del condannato a morte.
 
Ma non sono certo io succube di fissazioni!... la giornata è splendida la passeggiata piacevole e l'immensa mole dell'antico maniero promette una visita interessante, e la mia curiosità di conoscerne la storia è grande.   Non m'è riuscito di cavare la minima informazione dalla bocca dei paesani, ieri sera, ma almeno il guardiano mi saprà spiegare cosa c'è dietro tanta misteriosa reticenza.
 
Sono quasi alle mura del castello quando incontro l'uomo, intento a sistemare un cespuglio di rose semiselvatiche già in fiore.   E' un vecchio, come immaginavo, ma ancora dritto e vigoroso, una di quelle persone che a ragione si definiscono "senza età" con una gran massa di capelli candidi e gli occhi fondi e scuri.   Mi lancia lo sguardo di un attimo e mi sento scrutato, analizzato nel profondo dell'anima, ma subito torna alla sua rosa:
 
« Bisogna curarle sempre queste, che crescono come la malerba!... ma sono subito a te!... abbiamo tempo!... ».


 
Ci avviamo lentamente verso l'imponente mole del castello e l'uomo entra subito nell'argomento che mi sta a cuore, parlando in un modo strano, mi sembra, come con linguaggio d'altri tempi, e con espressioni scarne e brevi, tese a dire i fatti senza florilegi, riferimenti paralleli e giri di parole.   Non è certo l'operatore turistico che magnifica il suo sito, ma l'uomo che vuole informarti dell'essenziale, come per scaricarsi delle sue conoscenze.
 
Per quanto possa sembrare strano questo castello non ha mille leggende come i suoi consimili, mille episodi da ricordare, grandi fasti, gesti eroici e cocenti sconfitte su cui meditare e stupirsi.
Questo posto ha una leggenda sola, che poi è la sua storia vera, e che certo io non conosco perché nessuno che la conosca la racconta mai, e nemmeno cerca di ricordare…
 
« Escluso me - conclude - che adesso la racconterò a te, e la sapremo in due.   Poi, tu solo, che forse la racconterai domani ad un altro.
Una storia locale, cruenta e tragica.   Una brutta storia, che meglio sarebbe non fosse mai accaduta, o sprofondasse nell'oblio insieme al castello ed ogni sua pietra… »
 
Siamo arrivati al ponte levatoio che è alzato e mostra tutta la sua vecchiezza nelle possenti travi di quercia marcite quasi a sembrare di sughero e le catene rugginose immobili da tempi lontani.
 
Evidente che da qui non si passa, ma il vecchio fa cenno al fossato,  ributtante di acqua stagnante scura e certamente infetta e puzzolente:
« C'è un guado, più in là, su una passerella di legno, ti bagnerai appena la suola dei tuoi belli stivali.   Attraverseremo là. » dice stancamente.
 
Ci arriviamo dopo pochi passi.   Un tronco marcio di pioppo buttato di traverso al fossato, intriso d'acqua e coperto di muschio.   Quasi mi spinge sul traballante passaggio e, e subito mi segue sul tronco, che subito comincia a cedere, sotto il nostro peso, e ad affondare sbriciolandosi in silenzio.
 
Due balzi leggeri e sono di là, ed anche il vecchio guadagna la sponda pur affondando fino al ginocchio nella melma.   Gli tendo la mano e lo tiro su , ma per il nostro ponte è finita, non servirà più a nessuno, e già si dissolve in ciocchi informi galleggianti nel debolissimo flusso putrido.
 
Fa spallucce il vecchio al perduto passaggio ed anch'io non mi sento preoccupato.   Certo ci saranno altre vie per il ritorno.   E quell'uomo ha ripreso il racconto:
 
« E' la storia di due fratelli gemelli, figli del conte di Borgonzo, di cui si conosce anche il nome, Oronzo, vassallo dell'Imperatore.   Lui viveva qui, in questa fortezza costruita a difesa dell'Impero, ma non dovette difendere nulla poi che non arrivò mai nessun invasore, nessuna minaccia esterna.   Il feudo prosperava sereno ed il popolo accettava volentieri il giogo leggero imposto dal Signore della valle.   I suoi figli crescevano  bene ed a tempo debito sposarono due belle ragazze del popolo della valle.   L'uno generò una splendida figlia, mentre la moglie dell'altro risultò sterile… o forse suo marito aveva il seme intristito, non si sa.
Di questi figli si sono persi i nomi, se mai ne ebbero uno, e li si ricorda come l'uno, il padre della ragazza, e l'altro, quello senza figli.
 
Il problema nacque alla morte del conte Oronzo, la cui assoluta autorità non era stata mai messa in discussione, e riguardò la successione al titolo di Conte di Borgonzo e la conseguente investitura vassallatica.   Dei due fratelli l'uno ne rivendicava la priorità in virtù della presenza della figlia, promessa di una futura nuova generazione di vassalli, l'altro voleva il feudo per se accampando una oggettiva maggior prestanza fisica e valentia militare… almeno nelle giostre e nei torneo cavallereschi che si tenevano a sollazzo del popolo e con i cavalieri dei feudi confinanti.
 
L'ozio è il padre dei vizi, e quando non si ha nulla di utile da fare non resta che litigare…  e i litigi fra i due fratelli si moltiplicarono divenendo sempre più aspri crescendo l'odio fra i due.   Finchè l'uno, forte dell'appoggio della servitù e del contado affascinato dalle grazie della contessina, scacciò dal castello l'altro,  e per odio lo fece di malagrazia, mandandolo via anche pezzente di ogni ricchezza del Feudo.
E l'altro meditò vendetta, e tanto atroce, che potesse restarne memoria in tutta la regione a testimonianza del suo orgoglio tanto ingiustamente ferito. 
Raggruppò un esercito ( un esercito si fa per dire… in quel mondo pacifico piuttosto un manipolo di masnadieri!) e fece giuramento solenne e pubblico che avrebbe ad ogni costo espugnato il castello e quindi sedotto ed ingravidata la nipote a che il figlio dello stupro potesse diventare un giorno il nuovo signore del feudo di Borgonzo, ricomposto nella sua unità di sangue e lavato dell'onta  fratricida.


 
- 3 -
 
Non erano i signori del castello gente di cui sottovalutare le determinazioni, e lo scontro fra i due fratelli, servi e fattori da un lato, balordi e bricconi dall'altro ci fu, e fu durissimo, all'ultimo sangue dell'ultimo uomo.
 
E dall'una parte e dall'altra furono invocati santi e madonne, demoni e maghi, e fattucchiere, ed elfi dei boschi, e streghe e spiriti d'ogni legione e superstizione.
 
Quando le forze avverse si fronteggiarono, questo piccolo spicchio di universo si fermò attonito, certo che non ci sarebbe stato quartiere, che quella battaglia era tutta la guerra, tutta la storia del feudo.
La pugna fu atroce e tutti parteciparono, uomini, donne giovanetti e monache ognuno imbracciando l'arma cui aveva donato fiducia, quella che gli avrebbe dato vittoria o accompagnato nella tomba.   E' leggenda, ma probabilmente vera che la giovane contessina, allora sedicenne, con la sua piccola daga d'argento si occupasse della difesa del torrione ovest, quello che ancora si infiamma di sanguigna al tramonto del sole, a causa dei tanti nemici che contro lei si scagliarono ed ella gagliardamente uccise.
 
Ma alla fine l'altro ed i suoi briganti ebbero il sopravvento e dei difensori della rocca non rimase vivo nessuno, se non la contessina… che fu portata nella sala centrale, per subire l'umiliazione finale e il seme vittorioso, alla presenza sghignazzante della soldataglia ebbra di vittoria e del vino predato in bottino…
 
Vieni… vieni in quella sala, ti faccio vedere… ».
 
Il vecchio custode del castello ha proseguito nel suo racconto affannoso e veloce come una vaporiera in ritardo sulla tabella di marcia, ma ora riprende fiato, mentre mi guida stancamente per i tetri camminamenti stantii verso il salone centrale, e mi sembra più vecchio e cascante, adesso.   Ma lo seguo: sappiamo entrambi che ora la storia dovrà raccontarla tutta e non potrà rinunciarvi:
 
« Sarebbe finita come tante altre tragedie medievali, all'epoca certe porcherie erano roba comune, ma il conte vincitore (l'altro fratello, ormai rimasto solo, ché il padre della contessina era stato infilzato con i suoi) volle strafare, chiedendo alla nipote, sua vittima designata e prossima amante e fattrice, di fare le sue preghiere pubblicamente, e chiedere alle sante protettrici la grazia di una gravidanza facile e felice ed il dono di un figlio maschio degno dello zio vincitore.
 
Ma la fanciulla, novella Giovanna d'Arco era anche astuta e , fingendo di accettare la richiesta dello zio aggiunse di aver bisogno anche, e prima, di chiedere perdono per i tanti nemici uccisi il sangue dei quali gli si rapprendeva addosso, e di doverlo fare anche a nome della sua piccola daga d'argento, che abbisognava che le si portasse.
 
Lo zio apprezzò l'idea di una nuova occasione di scherno e di dileggio e fece portare la piccola arma della ragazza  per deporla davanti a lei, inginocchiata a pregare.
 
La fanciulla cominciò le sue giaculatorie il alte grida invocando spiriti e santi forestieri, e pronunziando incantesimi e sortilegi  in lingue sconosciute…
E più pregava e più lentamente s'incurvava verso terra;e più pregava e più la voce si abbassava a diventare un lamento, ed un farfuglio quasi impercettibile… e più il perfido zio si abbassava verso di lei per ascoltarne le parole sussurrate appena.
Ed ecco che d'un tratto, con la velocità fulminea dei suoi sedici anni, l'eroina scatta, afferra la piccola daga d'argento e colpisce.
Un solo feroce colpo, inferto con la forza di mille disperazioni e la breve lama penetra l'inguine del conte e d'un solo impeto squarcia quel vasto ventre come una vescica di strutto e taglia, salendo e abiti e pelle e grasso fin su allo sterno, per fermarsi conficcata nel cuore, e le budella tutte di colpo fuoriescono da quel corpo straziato e si spandono a terra in osceno groviglio…
 
Guarda!... »
 
Mi indica il vecchio la strana scultura di granito rosso che già avevo notato di sottecchi al centro della grande, lugubre sala, ed ora i suoi contorni mi si chiariscono alla mente.
E vedo la forma di un uomo possente che non ha avuto il tempo di stendersi per morire e il gesto furibondo di una verginità minacciata che si fa folgore e come folgore colpisce e squarcia, e in terra aggrovigliati serpenti sanguigni attorti nello spasmo di dolore supremo e sconfitta infinita.
Urla la statua di granito, nella sua drammatica, assoluta fissità.   Ed a me mi si gela la spina dorsale.
 
« Sembra una suggestiva statua di granito - riprende pianamente il vecchio custode - e forse lo è realmente.   O forse il prodotto demoniaco di chissà quali ignote forze su atomi di carne e sangue umani… io non lo so, e non andrò certo a indagare… non ho tanta curiosità.
Ma vieni, la visita al castello non è ancora finita… »
 
E il lento andare, coi piedi sempre più strascicati riprende, mentre mi chiedo quali altri orrori dovrò ancora sopportare oggi, e forse peggiori… anche se di peggio no so immaginare nulla.
Usciamo all'aperto, lontano dai corridoi fetidi di morte, nel cortile interno, che seppur lugubre nel monocromatico grigio spento delle sue pietre ha per lo meno il cielo in alto, con rare nuvole che si ricorrono.  Un cortiletto spoglio con al centro il classico pozzo castellano ottagonale con l'archetto in ferro forgiato, al quale si appoggia il vecchio custode che è montato in piedi sullo stretto parapetto:
 
« La contessina doveva essere una maga, e grande il potere della sua maledizione.   Narra la leggenda che nessuno di quei sopravvissuti poté più lasciare il castello, che le acque del fossato divennero corrotte di vermiglio e velenose che nessuno se ne potesse bagnare senza atroci sofferenze e morirvi dentro, reso incapace di avanzare o nuotare, e il ponte levatoio si fissasse nella posizione che ha ancora oggi e non ci fu modo di smuoverlo…
Nel fossato furono gettati i cadaveri dei guerrieri uccisi nella battaglia e presto si trasformarono in mostri feroci dalle sembianze oscene
 
Solo l'acqua di questo pozzo rimase limpida e fresca ed invitante a berne ancora, sempre di più, per calmare la sete che bruciava le gole. 
Le scorte di cibo finirono presto e gli uomini uno ad uno impazzirono, straziati dalla fame e la sete del corpo e dalla consapevolezza della propria malvagità.
Ad uno ad uno, vennero qui per darsi la morte in fondo al pozzo ed insieme trovare refrigerio all'inestinguibile arsura della disperazione.
 
L'ultimo rimasto, il figlio del carpentiere, un ragazzo che stava studiando in segreto per farsi diacono, prima di fare anche lui il gesto supremo, si inginocchiò sul selciato del cortile.
Pregò Iddio di aver pietà della sua anima, e pregò a voce alta anche per la contessina, che aveva amato in segreto senza mai potersi manifestare, che troppo grande era la differenza di rango, ed implorò perdono per il peccato che stava per commettere togliendosi la vita.
 
Fra le lacrime che gli appannavano la vista gli sembrò di vedere l'ombra della fanciulla affacciarsi alla finestra della sua stanza nella torre.   Gli parve di vederla sorridere ed ascoltarne la voce:
"Taglia alla base il pioppo alto che cresce fuor delle mura e lascialo cadere nel fossato.   I suoi rami ti faranno da ponte che potrai attraversare per fuggire, se sarai veloce, prima che il fossato lo inghiotta.
Ma non potrai andare lontano.   Sarai il guardiano del mio castello, ed impedirai a chiunque di entrarci.   Finché sarai vecchio e troverai il tuo successore, al quale racconterai la mia storia, perché ne rimanga il ricordo per sempre.   Solo allora potrai tornare qui e ritrovarmi, nel fondo di questo pozzo, a refrigerio dell'ultima disperazione… "»
 
Mi sorride piano, il vecchio custode, come per accertarsi di aver esaurito la scaletta mentale delle cose da dirmi, o forse curioso di vedere la mia reazione, ora che lentamente sto intuendo il mio destino.
 
Ancora un attimo, un sorriso, ed il vecchio salta dentro, scomparendo in un attimo.
Ed invano io attendo il tonfo del suo corpo sul fondo.
 
 

Lucio Musto 30 ottobre 2014 
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Re: Un castello dimenticato - Racconto quasi celtico

Messaggio  Flavia Vizzari il Gio 23 Giu 2016 - 15:27

ceduo? Forse volevi scrivere cielo?


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Re: Un castello dimenticato - Racconto quasi celtico

Messaggio  Flavia Vizzari il Gio 23 Giu 2016 - 15:40

Il racconto è entusiasmante...solo non ho capito chi ha buttato tutti i morti nel fossato e perché?... Il custode? Perché era innamorato della contessina e desiderava ubbidirle? Ma perché non l'ha salvata?
Perché lei si è gettata nel pozzo? Una volta che era sfuggita alle grinfie dello zio perché fare una strage?!?

Non era meglio un finale con vissero tutti felici e contenti?


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Re: Un castello dimenticato - Racconto quasi celtico

Messaggio  Lucio Musto il Gio 23 Giu 2016 - 16:56

Flavia Vizzari ha scritto:ceduo? Forse volevi scrivere cielo?
no volevo dire ceduo, ed ovviamente mi riferivo al bosco
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Re: Un castello dimenticato - Racconto quasi celtico

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