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La colpa di essere vecchi

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La colpa di essere vecchi

Messaggio  Giuseppe Sammartino il Gio 22 Lug 2010 - 11:50

La colpa di essere vecchi
Negli ultimi decenni, con l’aumento della durata media della vita, i vecchi sono diventati sempre più numerosi al punto da costituire economicamente e socialmente uno dei più scottanti problemi che la società odierna deve necessariamente affrontare e risolvere, pena il suo sconvolgimento o peggio ancora il suo dissolvimento.
Il vecchio, nell’antichità simbolo di saggezza e fonte insostituibile di conoscenza e di verità, ai nostri giorni è considerato un malato sociale da curare negli ospedali o negli ospizi, in luoghi, cioè, che lo separano totalmente dal contesto umano e familiare in cui, tra gioie e dolori, tra amore e incomprensioni, ha vissuto la maggior parte della sua vita. Questa conclusione tragica della sua esistenza, da viandante su una strada impervia e in salita, il vecchio l’avverte e la vive con atroce malinconia, in sofferta e meditata solitudine, sentendosi un peso ed un ingombro che limita e condiziona fortemente la sua libertà, la sua voglia di vivere, persino la stessa libertà e la stessa voglia di vivere dei suoi familiari, parenti ed amici.
Si sente in colpa, in colpa, appunto, di essere vecchio, mentre ha bisogno vitale, in quanto vecchio, di affetto, spesso di cure costanti, di certo di aiuto fisico e psicologico.
Invece, come compenso al tanto lavoro svolto, alle sue fatiche immense per la società e per i suoi stessi familiari, viene abbandonato al suo tragico destino in ospizi che attualmente, per come sono strutturati e gestiti, rappresentano il più delle volte dei luoghi di sepoltura. Il vecchio viene trattato come un oggetto inutile ed antiquato, che non serve a niente e a nessuno, da collocare in luoghi solitari, isolati dal mondo e dagli affetti più cari, allo scopo di non arrecare alcun disturbo o fastidio, ove viene costretto, per la mancanza di sufficiente calore umano, a vegetare, a desiderare persino la morte per porre fine ai suoi affanni.
In verità, il vecchio non merita questo isolamento, questa ghettizzazione, da emarginato sociale, negli ospizi o negli ospedali. Ed è appunto la solitudine, il non aver qualcuno cui rivolgere il proprio amore, al quale confidare le proprie gioie e pene, la paura principale dell’anziano. La società deve creare delle strutture a misura d’uomo e non dei ghetti ove il vecchio attende la morte per non disturbare nessuno. Il vecchio non deve essere o sentirsi abbandonato, un estraneo da isolare, un diverso da ghettizzare. La condizione di vecchio non deve essere una disgrazia, la peggiore delle malattie sociali, al punto che alcuni di essi vivono gli ultimi anni della loro vita come una maledizione di Dio.
Il vecchio, a causa di questa condizione di emarginazione, si sente infelice e solo, spesso vive il triste e duro presente con la mente rivolta al passato, a quel passato che l’ha visto, nel bene e nel male, artefice e protagonista del suo e dell’altrui avvenire, al punto da volere la morte come una liberazione dall’intollerabile mal di vivere. Questa situazione di abbandono rivela una totale mancanza di amore e di gratitudine verso chi è riuscito con sacrificio a migliorare le condizioni della sua famiglia e che con la sua vita operosa ha costruito sapientemente una società più progredita.
In questa attuale società dominata dall’opprimente ed onnipotente consumismo, in cui la velocità del cambiamento delle abitudini, dei gusti e delle scelte, trasforma tutto in usa e getta, il vecchio, che, di contro, si muove con lentezza e con parsimonia, rimane, suo malgrado, inevitabilmente indietro e, quindi, emarginato.
Per porre un argine a questo abbandono generazionale, a questa inarrestabile, devastante emarginazione sociale dei vecchi, lo Stato, qualsiasi Stato, deve farsi carico di essi, creando, in ogni comunità, delle apposite strutture, tra le quali le cosiddette case famiglia ed i cosiddetti centri diurni d’incontro per le attività culturali e del tempo libero, che consentano il loro mantenimento o reinserimento nell’ambiente familiare, nel luogo, cioè, in cui sono nati e vissuti e in cui vogliono, in pace e con il conforto dei propri cari, morire.
Poiché i vecchi diventano sempre più numerosi, lo Stato, la società in generale, devono trovare le opportune e necessarie soluzioni alle loro problematiche, in modo da dar loro la giusta collocazione sociale nel pieno rispetto della loro età e dignità umana.
Giuseppe Sammartino
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Giuseppe Sammartino
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Terza età

Messaggio  Rosetta Di Bella il Gio 22 Lug 2010 - 15:18

Condivido pienamente le tue riflessioni e ti ringrazio per aver iniziato questo argomento che mi sta particolarmente a cuore.
Ecco il mio piccolo contributo alla discussione: dei versi che ho scritto anni fa quando erano ancora in vita i miei amatissimi genitori.

Terza età





Li vedi,

gli occhi ancora avidi di vita,

centellinare i ricordi.

Il passato è un’ancora

cui legare i sogni

d’un tempo che fugge.

I figli vanno…

i giorni vanno…

La vita sta nel caldo abbraccio

di pareti amiche,

nel ripetersi di gesti consueti.

Fragile terza età:

pianti al mattino semplici speranze,

come negarti a sera

universi d’affetti?
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Rosetta Di Bella
affamatu
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