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Le Origini della Lingua Siciliana

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Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Flavia Vizzari il Ven 27 Feb 2009 - 13:18

http://www.tanogabo.it/lingua_siciliana.htm


Risalire alle origini, ripercorrendo la storia di una lingua, è impresa assai ardua e, il più delle volte, non si riuscirà a uscir fuori dal campo delle ipotesi. Tra le poche cose certe, possiamo dire senz'altro che la Lingua Siciliana è una lingua che appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee e che negli ultimi nove secoli, nonostante mai sia divenuta "lingua di stato", è stata usata con estrema continuità dal popolo siciliano.


Le ipotesi

Nel corso degli anni sono state molteplici le ipotesi che gli studiosi hanno formulato circa l'origine e l'evoluzione della Lingua Siciliana. Quelle che, per vari motivi, ci sembrano essere degne di attenzione e che noi, per opportunità, semplificheremo, sono le seguenti: Siciliano come lingua pre-esistente al Latino; Siciliano come lingua derivata dal Latino in tempi antichissimi, prossimi alla conquista romana dell'isola; Siciliano come lingua neo-latina o romanza; Siciliano come lingua sorta in seguito a un processo di neo-romanizzazione dopo la cacciata degli arabi.


Siciliano: lingua pre-esistente alla Lingua Latina

Secondo tale ipotesi, la Lingua Siciliana sarebbe stata parlata dalla maggior parte della popolazione dell'isola ben prima della conquista della stessa da parte dei Romani. Sarebbe una specie di evoluzione della Lingua Sicula e, attraverso processi evolutivi successivi di scarsa consistenza, si sarebbe trasmessa con continuità sino ai nostri giorni. Tale ipotesi è stata sostenuta con forza nell'800 da molti patrioti siciliani. Il Perez sostiene che "Il fondo indelebile del dialetto siciliano e le sue più essenziali caratteristiche sono dovuti a quei popoli di razza antichissima italiana passati in Sicilia avanti la fondazione di Roma".

Questa ipotesi va spesso di pari passo con quella che vuole le lingue così dette "romanze" generatesi non dal latino, bensì da parlate più antiche dalle quali lo stesso latino si generò, diventando la lingua colta ma mai soppiantando nel popolo i vari idiomi a esso precedenti.


Siciliano: lingua derivata dal Latino poco dopo la conquista romana dell'isola

Questa ipotesi considera la Lingua Siciliana come lingua neo-latina ma prospetta, a differenza di quanto normalmente ritenuto per le altre lingue neo-latine, che il processo di passaggio dal Latino al Siciliano si sia completato non nel Medio Evo, bensì circa mille anni prima. Dopo la conquista romana della Sicilia il Latino avrebbe preso l'avvento sulle altre lingue e, parlato nelle bocche dei Siciliani, sarebbe diventato Siciliano; un Siciliano non molto dissimile da quello di oggi.


Siciliano: lingua neo-latina al pari dell'Italiano

La Lingua Siciliana viene considerata una lingua romanza al pari dell'Italiano, del Francese, dello Spagnolo, del Portoghese, del Rumeno, del Catalano e di tutti quei dialetti o lingue (anche estinte) che sono derivate dal passaggio progressivo dal Latino a una lingua "volgare", completatosi nelle linee più importanti intorno al periodo medioevale.


Siciliano: lingua formatasi dopo la cacciata degli arabi per un processo di neo-romanizzazione

Secondo questa ipotesi, formulata dal noto studioso tedesco Rohlfs intorno agli anni '30 del secolo scorso, durante la dominazione musulmana l'arabo divenne la lingua del popolo siciliano, avendo soppiantato il latino, con l'eccezione della parte nord-orientale, dove si sarebbe continuato a parlare il greco.

Tale teoria, che sin dal primo momento non ricevette molto credito dagli studiosi, prendeva spunto dal fatto che il Siciliano (comprendente anche il dialetto della Calabria meridionale), a livello lessicale, appariva, agli occhi del Rohlfs, come il più moderno tra i dialetti meridionali "mancando del tutto di un fondo latino antico" (il Siciliano, rispetto agli altri idiomi meridionali, ha badagghiàri invece che "alàre" - lat. HALARE - ; testa invece di "capa" - lat. CAPUT - ; dumàni invece che "crai" - lat. CRAS - ; etc.). Da quì la deduzione che vi fosse stata una brusca interruzione della latinità in Sicilia a causa della dominazione araba e che il Siciliano fosse sorto non da un processo evolutivo continuo della lingua latina iniziatosi ai tempi della conquista dell'isola, bensì da un nuovo processo di romanizzazione cominciato in epoca normanna.

In seguito il Rohlfs ridimensionò notevolmente la portata delle sue affermazioni, attribuendole alla "ingenuità che è particolare alla vivezza giovanile".
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  giò il Mer 8 Apr 2009 - 19:03

Sull'idea del nostro amico forumista vi invito in questa sezione a fare del vostro meglio, come su specificato, e aggiungo in "lingua siciliana" o meglio nella forma di Koinè da voi prescelta, dato che non esiste ancora una forma ufficiale...

Caro Admin e Webmaster,
volevo rispondere a questa tua, ma ho perso il post e ti rispondo qui.
Scegliersi una koinè?
Ma non sono la letteratura e l'arte, a concedere ad una consuetudine la dignità di lingua?
E non è, quindi, la lingua dei suoi figli migliori, che dovrebbe essere presa a modello?
E come sperare, sennò, di mettere d'accordo il variegato mondo di li testi siculi?
E se, come dice Flavia, il siciliano non è un dialetto della lingua italiana, non sarebbe il caso che ci sforzassimo, oltre che di diffondere i nostri dialetti particolari, anche di adeguarci al linguaggio di chi ha guadagnato meriti letterari immensi?
Ebbene, la risposta è: ...ma chi ni sacciu...ma chi mi cunti...ma viditìlla tu!
Ma cu tutta la probblemàtica di st’ebbica muderna... ma comu ci spercia...
Cià.

Caru Addiminni e Webbimaster puru,
concordu ma ribattu immantinenti
pirchì stu sicilianu, e cca lu giuru,
è lingua formidàbbili e putenti
e puru s’ufficiali nun cinn’è
è l’usu ca ti sbùmmica a Koinè.

Danti, Petrarca e puru già Boccacciu
dèsinu all’italianu dignità
ma nun si po’ ristari a “nenti sacciu”
e trascurari sicilianità
pirchì l’antica scola siciliana
parti, svota a vulgari e fà taliana.

Lu dissi puru Danti l’Alighieru
nel “De vulgari” ca nsocchi si fa
nella lingua taliana, è fattu veru
ca in sicilianu s’ava fattu già
perciò pirchì riscegliri Koinè
quannu la lingua e l’ufficiali c’è?

La lingua di Martogliu e Meli e Tempiu
la gràpunu, la via comunitaria
e a tutta la Sicilia su’ d’esempiu.
Perciò chista mia rima strafalaria
voli, assicuta e spera ca ogni tali
si sfòrza e si cunforma all’ufficiali.
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giò
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Antonino Magrì il Gio 9 Apr 2009 - 2:28

Amici, per un confronto vero sulle nostre idee ed il conseguente dibattito c'è l'apposito spazio su "Lingua siciliana: esponete le vostre conoscenze". Io ho cominciato, adesso movimentatelo voi; vedrete come ne usciremo arricchiti! (se poniamo le nostre riflessioni su basi logiche e sappiamo essere umili).




Antonino Magrì

 .......

Sito :  http://www.siciliachiamamondo.it

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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Armando Carruba il Gio 9 Apr 2009 - 12:28

Da ragazzino, a casa mia si parlava l'italiano, poi scendevo in strada a giocare con i compagnetti ('na vota si jucava strati strati liberamenti) ed ero sfottuto per questo parlare in italiano.
Così ho imparato il dialetto, l'ho imparato male perchè i ragazzini con cui giocavo, imitavano nel parlare i "cuatti" (specie di malandrini di bassa lega) che nel parlare - per sentirsi importanti - si strazzavanu 'a vuci.
Ho vissuto (avendo lavorato con loro) con quelli delle segherie, con i pescatori sui pescherecci, a contatto con i muratori e qualche vendemmia o nei magazzini di pomodoro ... e sono convinto oggi più di ieri, che chi può insegnare il dialetto è il popolo perchè il dialetto è del popolo.
Percorrendo la Sicilia ci accorgiamo che il dialetto cambia in ogni provincia, in ogni comune, in ogni frazione e in città - a volte - in ogni quartiere, a volte impercettibilmente a volte drasticamente.
Sono sempre più convinto che IL DIALETTO E' UNA LINGUA PREVALENTEMENTE PARLATA. Non ci sono scuole dove si può imparare il dialetto, lo apprendi in famiglia o in quella stretta cerchia di amici e parenti; difatti le parole, i suoni, le inflessioni, sono quelle della famiglia o di quella stretta cerchia.
Dopo l'Unità d'Italia, c'era il bisogno di una lingua nazionale, una lingua scritta e parlata da tutti. Sarà l'italiano a dover essere la lingua ufficiale: una lingua colta, usata esclusivamente in letteratura, studiata a tavolino su un modello di dialetto toscano elaborato da manzoniani. Il nuovo Stato anzichè incoraggiare e perseguire il bilinguismo, una ricchezza immensa, dichiara guerra ai dialetti.
Chi è che parla e srive la nuova lingua? Fin da subito i pochi nobili e letterati e i colti borghesi. Tutti gli altri, compreso Vittorio Emanuele che parla piemontese e francese, parlano il loro dialetto.
L'operaio e il contadino, in situazione di disagio sociale, continuano a parlare il dialetto e trasmetterlo alle nuove generazioni.
Abbandonato dalle classe dominanti, il dialetto perde terreno nei confronti dell'italiano e già all'inizio del '900 chi lo parla come unica lingua conosciuta è connotato come persona di basso ceto, povera e ignorante.
Il colpo di grazia lo da il ventennio fascista con il dispezzo che le autorità governative nutrono nei confronti del dialetto; portano a vietarne e sanzionarne qualunque uso nelle scuole.
Nel secondo dopoguerra si prosegue con immutata determinazione all'emarginazione del dialetto.
La scuola continua la sua opera demolitrice: chi non ricorda nei temi, le righe in matita blu con la scritta "espressione dialettale"?
Il dialetto abbandonato dalle classi dirigenti, viene abbandonato anche dalla classe media e dal popolino che vede nell'istruzione un mezzo per emanciparsi. In famiglia lo si parla sempre meno e i giovani vengono scoraggiati a parlarlo. I nonni sono i primi a vietarne l'uso e a parlare ai nipoti in italiano, quasi sempre in modo povero e inadeguato.
L'interesse del dialetto, dove esiste, è confinato a pochi studiosi, che già sensibili alla perdita della lingua, cominciano a catalogarla, raccogliendo le variazioni locali, le forme lessicali e sintattiche.
Opera meritoria per biblioteche, ma quasi nulla dal punto di vista dell'emancipazione della lingua perchè non è più lo stesso dialetto del contadino, dell'operaio...
Il dialetto - purtroppo - non parla più di se stesso in dialetto, anche nei vari convegni e nelle serate all'insegna del dialetto ... si parla un'altra lingua: l'italiano!

Anche se il discorso è molto lungo ... mi fermo qui.
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  giò il Gio 9 Apr 2009 - 15:07

Antonio Magrì ha scritto:
Amici, per un confronto vero sulle nostre idee ed il conseguente dibattito c'è l'apposito spazio su "Lingua siciliana: esponete le vostre conoscenze". Io ho cominciato, adesso movimentatelo voi; vedrete come ne usciremo arricchiti! (se poniamo le nostre riflessioni su basi logiche e sappiamo essere umili).

Ma perché, Antonio, questo non è un confronto vero?
E l’esporre le nostre conoscenze sulla lingua siciliana, servirà, a risolvere il problema della sua diffusione?
E non sono radicati nella durissima e realistica evidenza, i dubbi di coloro che, come Flavia o Giuseppe Gerbino, sostengono che le diverse conclusioni alle quali sono arrivati molti studiosi sono, per loro natura, difficilmente (e forse irremisibilmenti) conciliabili?
E come sperare che possa nascere una personalità talmente forte da imporre una linea che faccia il punto?
(… Very Happy una linea che faccia il punto… questa me la segno… Embarassed )
Ecco che allora sarà certo importante che quegli studiosi studino e che quei grammatici grammàtichino, ma sarà puranche importantissimo che gli scrittori scrivano e che i poeti poetino.
E se è impensabile che tra quei poeti e quegli scrittori sorga la forte personalità con i pieni poteri e la carta bianca, è altrettanto certo che quella personalità, in passato, si è incarnata in gente del calibro di Martoglio e di Meli e di Tempio.
E allora, perché non concedere autorità letteraria a chi ha scritto capolavori indiscussi in una lingua più scorrevole e simpaticamente universale?
E ancora, perché poeti e scrittori contemporanei non affiancano, ai loro dialetti particolari, anche la creazione di opere in quella lingua siciliana letteraria?
E non sarà sempre troppo comodo, gettare la croce su quegli studiosi litiganti, ognuno dei quali avrà magari delle solidissime basi e delle verità assolute intorno alle proprie valutazioni?
Ma se noi, che scriviamo nel nostro ristrettissimo microcosmo, non riusciamo ad affiancare a quel microcosmo un qualcosa di universalmente siculo, come possiamo criticare quegli studiosi che continuano a volteggiare sugli autoscontri?
Epperò, tutta sta pappardella non servirà a nulla, se non cercherà di buttare giù tutti quei punti interrogativi (ca ora si chiamanu punti di domanda) con la forza delle proposte concrete.
E considerato quindi che è l’uso a determinare la funzione e l’adozione, ecco che diventa importantissimo incentivare quell’uso rendendo obbligatorio lo studio del dialetto nelle scuole.
Nelle scuole dove si potrà leggere un Martoglio e confrontarlo con un autore locale.
E sarà poi solo l’uso e la forza espressiva degli autori, ed il favore del pubblico, che determinerà la affermazione ed il riconoscimento, in continuo divenire, di una lingua comune.
Ecco, questa è una proposta concreta sulla quale ci si potrebbe impegnare tutti, e considerata l’autonomia regionale di cui disponiamo, non sarebbe poi manco tanto difficilotta, la sua attuazione.
E non ci tolgo il condizionale, perché nun cell’ho mai messo! Wink
Ma la lettura di una commedia di Martoglio o di una poesia morale del Meli sarebbero di grande stimolo e di fortissimo invoglio alla successiva ricerca su grammatica e metrica il cui studio, di per sé, non è, dai giovani, molto gradito.
Un sorriso riesce là, dove interi eserciti falliscono.
Si può sorridere anche in Siciliano?
Io, qui, un imperativo ce lo metterei.

................
Un mio omaggio al mondo siciliano


Turiddu Bella ed Orazio Strano.
Poeti e cantastorie di una Sicilia che fu e che ancora sarà.
Perché un popolo senza memoria non ha futuro.
A Turiddu Bella ed Orazio Strano,siciliani, e ad ogni altro siciliano di cui la Sicilia è fiera.
A ciò che siamo stati ed a ciò che, grazie a tutti loro, saremo.

Paradisìculi
I
Madonna Santa, e dove accapitai,
ma veru morti siamo? E comu fu!
Ma tu chi dici, 'mpari, e quannu mai,
ora mi sveglio e nun ci penzu cchiù.
Talìa quanti cristiani, e che sorriso,
ma dove siamo, vero in Paradiso?
II
"Che siate i benvenuti, oh voi che entrate."
Sintisti? L'angiuliddo ci parlò.
Però, chi beddu postu, pare estate
e invece delle spiagge coi popò
qui la filicità si fa puisia
e ti solleva d'ogni camurrìa.
III
Scusasse, signor Angelo, appermette,
che sono morto per la prima volta
e non mi arrendo conto, ma alle sette
ciavèvo appuntamento di raccolta.
Visto che sono ormai defunto fu
chiffà, ci dicu ca nun scinnu cchiù?
IV
Nun c'è necessità, certu, evidente
che l'aldiquà non è como allo stretto,
un ferribbotto e acchiani in continente.
Cumpari, ddà l'avìvimu di 'mpetto
ma qua, fermi 'nta ll'aria e chiddi sutta,
pi scìnniri ci voli cu n'ammutta.
V
Caminamu, cumpari, in quel corticchio
c'è genti ca mi appare assai cuntenta
tutta 'nfuddata sotto al piripicchio.
Talìa, cumpari, chi mi rappresenta?
Turiddu Bella con Orazio Strano?
Ma quello è il Paradiso Siciliano!
VI
Curri, cumpari, curri, sono loro
grandi poeti e cantastori edotti
talìa, cu l'angiuliddi tutti in coro
càntanu e s'assicutanu a strambotti...
lo so, sestine sono, si, lo so,
e fu Turiddu che le assestinò.
VII
Ma penza tu, ca fanu ancora scena!
Orazio Strano cu Turiddu Bella,
me l'assa affigurato appena appena,
e Oraziu senza cchiù la carruzzella.
Chi su cuntenti, ci attraspare tutta,
pirchì 'nsocchi si mancia poi s'arrutta.
VIII
"Chi cosa è la donna", t'arricordi?
"Turi Giulianu", "Lu siparatista",
tutti i duetti, si, di quei premordi
ca pi tantanni funu in bellavista...
Turiddu Bella con Orazio Strano
e il caro, antico "munnu" siciliano,
IX
di quannu la tivvù mancu arrunzava
ed il pueta assieme al cantastorie
firriava di continuu e la cuntava
attramandando i fatti e le memorie
cu 'na tilivisione fatta a mano...
Turiddu Bella con Orazio Strano.
X
Genti ccu l'attribbuti allittirati,
caru cumpari, allegra cori e menti,
genti ca piddovunque funno stati
ancora strati strati si nni senti,
avirni, di ssa 'ntisa, appena appena,
ascùtali, cumpà, talìa ssa scena...
XI
Turiddu appunta supra un calapino
e in un nìvulo tunno s'arrinsacca,
Oraziu, tanticchiedda cchiù a pinnino,
afferra l'arpa a n'angiuliddu e attacca,
Turiddu parti cu na fantasìa
e Diu ca s'arricrìa.
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le koinè della lingua siciliana

Messaggio  Giuseppe La Delfa il Gio 9 Apr 2009 - 15:39

Mio amico Giò, mi dispiace che ancora una volta, dopo il mio primo intervento nascondi il tuo volto, ad amici che ti hanno accolto CON SIMPATIA, le tue vere generalità, la tua nascita, la tua residenza, l'email anonima, con cui ti sei iscritto ad un forum di una associazione Nazionale. Adesso siccome io studio logica all'Università, deduco che tu faccia il giocherellone a sproposito e siccome, sono certo che ti conosco molto bene da innumerevoli anni come tu conosci me non puoi offendere l'intelligenza di chi ha una sensibilità di vedere oltre il naso. Visto che è la Santa PASQUA fai un fioretto e abbi il coraggio di rivelelarti. PIPPO:a1:




dott. Giuseppe La Delfa -  Laureato in Scienze della Comunicazione -
- Laurea magistrale specialistica in Scienze cognitive e Psicologia -


Socio Accademia Internazionale Pen Club Milano.
   ......    
Siti web:  

http://giufino.altervista.org - www.giuseppeladelfa.jimdo.com
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Armando Carruba il Gio 9 Apr 2009 - 17:00

I DUE COMPARI

- Compare, più si va avante e mi mi sono convinciuto a parlare la lingua italiana e mai più quella siciliana!!!

- Compare che fu? chi successi^ che accadde?

- Il siciliano, caro compare non have futuro!

- chi cosa non have compare?

- futuro! f u t u r o ! lo avete capisciuto?

- ma cchi ci trasi?

- e chi cci nesci?

- spiecatevi bonu.

- Non ha futuro! provate a dire in dialetto compare: "domani andrò a Messina!"

- cumpari dumani devo andare a pajari 'a bulletta dda' luci manzinò ma tagghiunu!!!

- e fate conto di andare a Messina, dite compare dite...

- Dumani vaju a Missina! cuntentu?

- e qui che casca lo scecco !

- pirchì?

- io ho detto "domani andrò", capite andrò cioè futuro voi invece avete tradotto "dumani vaju" cioè vado presente

- e va bene pruvamu ccu nautra frase

- fra tri mise mi metterò in pensione!

- ma chi dicite? cca fra tri misi nun ci sarà niente di niente, ma niente assoluto nè presente e nè futuro... lassamu stari

- il siciliano non ha l'oggetto

- chi cosa nun havi?

- l'oggetto!

- nun sacciu vui cumpari io l'oggetto ce l'ho!

- quale oggetto?

- l'oggetto.

- io parlavo del complemento oggetto: dite in siciliano - chiama Salvature

- chiama a Turi

- ecco vedete è scomparso l'oggetto

- cui Turiddu?

- no il complemento oggetto che risponde alla domanda chi...che cosa e trasiu a chi... a che cosa

- matri 'u mali i testa mi vinni ci vulissi na pinnula

- al siciliano manca la pinnola con queste riforme

- mi pigghiassi a lignati

. al siciliano...

- no chisti ci sunu ... te ccà ppo' prisenti e 'nto futuru nun ti fari viriri cchiù!
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Armando Carruba
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  giò il Gio 9 Apr 2009 - 17:50

Caro Pippo,
uno, il coraggio, se non ce l’ha, non se lo può dare, epperciò, se si trattasse di mancato coraggio, avresti tempo e voglia ad aspettarmi.
E ti ringrazio dell’accoglienza con l’allegata simpatia, epperò ti devo dire che io ti risposi a tuono, dopo la tua prima, e che se vai a leggere, troverai che ti dissi ca mi chiamu Giovanni Piazza, di 56 anni e di Piazza Armerina, e pi bonpisu ti ci misi puru ca sono scapolo dalla nascita.
Ma la foto (ti dissi puru) nun cell’ho e nun la metto, perchè sono signorino e mi n’affruntu (eh eh eh, Flaviaaaaaaaaa Very Happy , questa è un’altra scusa come quella che ciattare con le femmine è peccato, ma tu fai finta di credere anche a questa, pirchì fotografì non ne ho veramente, e dovrei andare a cercare quelle di qualche premiazione, ma pari mali, questa probbricità sfacciata e culumbrina).
E allora, caro Pippo, dopo questa ricanoscenza anposdina, avrai capito che tu non mi canosci ammè ed io non ti canoscio attè, ma che quella simpatia, reciproca, po’ sbummicare anche nella più totale ignoranza degli uni con gli altri o, se si preferisce, degli altri con gli uni. Shocked Laughing
Hai però ancora raggione, sì, perchè devo comunque aggiornare il profilo, e lo farò.
Ma nun mi fari primura, ca mi vengono i trimulizzi ansiogeni.
E ccà mi fermu, conciso e circonciso, perchè tanto ti dovevo e tanto ti diedi, caro Pippo.
E se tu dovessi accapire che è cchiù del dovuto, tornami puru qualchi contanti di restu.
Ciao
Giò
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Antonino Magrì il Ven 10 Apr 2009 - 1:56

Armando Carruba ha scritto:

Da ragazzino, a casa mia si parlava l'italiano...

Giovanni Piazza ha scritto:

Ma perché, Antonio, questo non è un confronto vero?...


Riferendomi a questi due post, cari amici, devo dire che le vostre affermazioni, anche se diverse le ottiche, le ritengo entrambe esatte. Non ho nulla da ridire e concordo con entrambi: finora è stato così. Ed è proprio per questo motivo che l'ortografia di Giovanni Meli è molto diversa da quella di Micio Tempio e quella di Martoglio ancora più diversa da entrambi. Eppure sono stati i capisaldi della letteratura siciliana. Certo, potrebbero essere studiati nelle scuole, non fosse altro che per il loro alto valore artistico e morale, ma gli scolari ne trarrebbero un grande benificio solo dal punto di vista dei contenuti, non dello studio dell'ortografia siciliana. Eppure essa ha dominato per quasi tre secoli, dalla Scuola Poetica Siciliana di Federico II di Svevia al XV secolo è stata la lingua dotta ufficiale e tutti i documenti venivano redatti in siciliano; abbiamo tracce di documenti redatti in siciliano (atti di matrimonio o di battesimo) fino a quasi l'Unità d'Italia, e fino a quell'epoca i maggiori poeti siciliani adottavano un'ortografia pressoché uguale in quasi tutta la Sicilia: il "siciliano" era la lingua dotta dei letterati, e si differiva da quella parlata dal popolo. Oggi c'è una grande Torre di Babele, perché non viene più usata una lingua dotta per la scrittura (anche se dotti possono essere i contenuti dei testi siciliani degli scrittori, sia di prosa che di poesia), ma vengono trascritte le parlate locali cercando di riprodurre il suono nella scrittura per come esso viene emesso durante la parlata, ossia si adopera la "fonografia": la scrittura attraverso il suono. Certo, questo è senz'altro un arricchimento culturale e va tenuto in debito conto l'approfondimento specifico, ma non giova alla koinè; ed è solo la koinè, ossia l'accordo comune su alcune regole basilari di scrittura, che permette di riportare il siciliano a dignità di lingua. Fin quando non si capirà che la trascrizione dei vocaboli siciliani non necessariamente corrisponde alla loro pronuncia, l'operazione koinè non potrà avvenire; fin quando ci sarà chi sostiene che BEDDA si debba scrivere BEDDHA o BEDDRA o che le due DD debbano avere come segno distintivo di pronuncia due puntini sotto o sopra di esse, non valutando che una cosa è la trascrizione ed un'altra è la pronuncia (che andrebbe messa tra parentesi nei vocabolari, come si fa per tutte le lingue), il sogno di riportare il siciliano a dignità di lingua dotta (e quindi la sua "trascrizione" uguale in tutta la Regione) non potrà avvenire. Gli argomenti del post "Lingua siciliana - esponete le vostre conoscenze" servono proprio al dibattito specifico sulla corretta ortografia sviluppata sulle basi della logica grammaticale.




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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Giuseppe Sammartano il Ven 10 Apr 2009 - 13:13

Concordo perfettamente con quanto ha scritto Antonino Magrì.
Da parte mia rimetto ancora quello che ho scritto nel forum alla voce "lingua siciliana" in risposta a Gerbino e alla Restivo,con i quali condivido la loro opinione.

Bene o male la grafia siciliana dal Veneziano al Meli e ai seguaci del Meli, era rimasta quasi costante, salvo qualche lieve modifica apportata dal tempo.
L’ultimo decennio dell’ottocento segna una rinascita della poesia siciliana libera dal pedaggio Meliano, per opera di quattro poeti: Saru Platania di Aci Reale, Francesco Tressari di Naso, Alessio Di Giovanni di Cianciana e Nino Martoglio di Belpasso, i quali per primi ebbero il merito di uscire dagli schemi Meliani con dei versi, che all’epoca (si parla dell’ultimo decennio dell’ottocento in poi) fecero scalpore; versi come: Lu sonnu di la notti m’arrubasti / ti lu purtasti a dòrmiri cu tia.
Questo cambiamento è scaturito dal Romanticismo, che in sicilia non aveva trovato il suo manifestarsi, dal Verismo, che invece era di casa, e dal “folklore” ad opera del Vigo, del Pitrè, d’Avolio, di Salomone-Marino, di Guastella che andavano pubblicando ricche raccolte di canti popolari, proverbi, detti e modi di dire caratteristici del modo di parlare del popolo.
Saru Platania fu il primo a dare un indirizzo alla nuova poesia seguito dal Tressari dando via a un romanticismo mediterraneo con una realtà sofferta e un paesaggio reale.
In seguito furono Nino Martoglio e Alessio Di Giovanni: il linguaggio del Martoglio prendeva forma nella realtà catanese dei quartieri, negli ambienti equivoci che frequentava di proposito per carpirne il gergo. Questo modo di scrivere, articoli e preposizioni articolate si contraevano a seconda della necessità del verso, pertanto: lu; la; li; a lu; a li; di lu; diventavano: ‘u; ‘a; ‘i; ‘o; ‘e, d’’u; e via di seguito. Innovazione che non aveva nessun precedente nella nostra tradizione grafica.
Il linguaggio del Di Giovanni invece, era quello degli uomini del latifondo e lasciava perplessi perfino i lettori più appassionati, soprattutto per la sua trascrizione fonografica, al punto di far dire a Luigi Capuana: testuale < il Di Giovanni ha pubblicato Lu fattu di Bissana e A lu passu di Giurgenti, due bei lavori mi dicono; ma io ho dovuto rinunciare di andare oltre le prime pagine, poco o niente intendento della parlata agrigentina foneticamente trascritta >
Infatti lui scriveva: jhumi; jhatu; jhumara; per ciumi, ciatu, ciumara,- oppure: cò’m pari veru; per ca nun pari veru- no mmoscu per nta un voscu, nò mmoli per non voli ecc. ecc. e così i nessi subivano una trasformazione che lasciava di stucco i lettori, tanto è vero che nella sua maturità (intorno ai cinquantanni) ripudiò il fonografismo e riprese la tradizionale grafia, adattata intelligentemente all’agrigentino.
Però il fonografismo è servito a far prendere coscienza di se al poeta, infatti prima dell’evento di Saru Platania e a seguire gli altri, non si riusciva a distinguere nei versi un catanese da un palermitano, un messinese da un siracusano e così via, perché quella era la lingua dei monsignori, la lingua delle accademie.
La lingua, a mio parere, rappresenta la fusione dei linguaggi, per cui ogni poeta potrà esprimere la propria originalità scrivendo nell’idioma che gli appartiene adattandolo alla parlata siciliana; così evitiamo di dire quello che Luigi Capuana disse del Di Giovanni.
Io da parte mia consulto spesso "Il Ventaglio", vocabolario italiano-siciliano di Salvatore Camilleri.

Un cordiale saluto, Pino.
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Lingua siciliana

Messaggio  Giuseppe La Delfa il Sab 20 Giu 2009 - 23:49

Cari amici, recentemente è uscita a Siracusa una grammatica siciliana del prof . Arturo Messina docente di lettere presso un liceo della città aretusa da numerosi anni in pensione e giornalista di un quotidiano locale. Suggerisco a tutti i forumisti di procurarselo. Pippo


dott. Giuseppe La Delfa -  Laureato in Scienze della Comunicazione -
- Laurea magistrale specialistica in Scienze cognitive e Psicologia -


Socio Accademia Internazionale Pen Club Milano.
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Maria Lucia Riccioli il Mar 1 Dic 2009 - 1:13

Io credo che oggi la koiné non sia proponibile. Sarebbe una lingua artificiale e falsa. Mi spiego meglio. Quando nacque il siciliano illustre, il motivo fu semplice: c'erano etnie e lingue diverse alla corte di Stupor Mundi, Federico II... e la lingua siciliana doveva essere scritta e impiegata non solo per motivi artistici ma anche amministrativi. Occorreva una sorta di normalizzazione del dialetto, di depuramento terminologico, di sistemazione grammaticale, che da una parte è necessaria, dall'altra cristallizza e imbalsama.
Stessa cosa per il toscano illustre ed altri dialetti.
Oggi chi scrive in siciliano lo fa per tenersi ancorato alle sue radici di provincia, città, addirittura rione - da noi a Siracusa altro è il dialetto della Graziella altro quello che parlo io - e visto che di comune abbiamo la lingua italiana è per me inconcepibile pensare ad una koiné.
Per quanto riguarda la trascrizione, altro è quella scientifica, fonetica, altro la trasposizione scritta. Seguiamo le regole ortografiche, ma tentiamo di riprodurre i suoni. Cosa che dà la vera specificità di una parlata. Mettiamo glossari o traduzioni a fronte.
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Andrea il Lun 4 Gen 2010 - 9:33

U siçilianu chi si scrivi è kiđđu parratu re siçiliani. A ki servi un Ziçilianu aulicu? A ku servi?

Iu sugnu cunmintu chi Kiđđi chi scrissiru ssu siçilianu nun lu parravanu mancu. Pi kissu capisciu soccu vosi fari u Di Giovanni, scriviri i paroli chi a genti siçiliana riçìa. Autři voti fu fattu ss'esperimentu: fu usata a 'X' a postu ra 'Sh' o 'Jh' o 'ç'. Viçinu ni mia c'è un paisi chiamatu 'Xìtta'. 'Shìtta' riçemu nuautri.

Komu si viri c'è cunfusioni pickì nun zi voli uffiçialmenti accittari chi u siçilianu è na linğua chi havi caratteristichi soi propri, e k'unn zi pò usari, pi scrivilu, u modu di scriviri autři linğui.
http://www.terralab.it/xbFonetica.htm#Quadro-B
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Flavia Vizzari il Lun 4 Gen 2010 - 14:10

già ... ma tu perchè usi la K ???? king
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Flavia Vizzari il Mar 15 Apr 2014 - 23:09

Carissimi, riliggennu tuttu quantu, pensu ca si scrivissimu sempri in sicilianu, vota e gira finisci chi ni 'nfluenzamu tra di nui...  
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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

Messaggio  Flavia Vizzari il Sab 25 Giu 2016 - 16:22

da: Siciliafan.it
 
Il siciliano è il risultato della fusione dei dialetti italo-romanzi che caratterizzavano le popolazioni della Sicilia, già prima dell’arrivo di Greci, e Romani.
La loro origine sembra essere di tipo indoeuropea, il che confermerebbe una natura totalmente distinta, del siciliano, dal volgare italiano. Secondo l’organizzazione Ethnologue, la sua peculiare struttura lo renderebbe un idioma a sé, e grazie a Federico II di Svevia è anche stata la prima lingua letteraria d’Italia.
Si presume dunque che il siciliano possa derivare
 direttamente dalla lingua elìma, utilizzata dal popolo che ne occupava la parte più a Occidente, sicula e sicana. Vengono considerate sicane tutte quelle iscrizioni non indoeuropee, che sono state ritrovate sull’Isola, ma per il tipo di struttura, si presume che furono la lingua sicula, di origini latine, e la lingua degli Elimi, di origini indoeuropee, a costituire il nucleo centrale portante del linguaggio siculo.
L’UNESCO ha riconosciuto al siciliano lo status di lingua madre, insieme ad altre lingue europee non a rischio di estinzione. Oggi, sono più di 5 milioni le persone che nel mondo parlano il siciliano; la maggior parte di loro è ovviamente dislocata nella Regione, ma vi è anche un numero imprecisato di cittadini statunitensi, argentini, australiani, canadesi, tedeschi e franco-belgi, i cui discendenti lo praticano ancora; negli Stati Uniti, nel corso della prima metà del XX secolo, si è persino venuta a creare una curiosa variante detta ‘siculish’, dalla sicilianizzazione di alcuni termini inglesi, utilizzata anche da Leonardo Sciascia nel racconto “La zia d’America”.
Nonostante il siciliano non sia stato esplicitamente riconosciuto come lingua, dalla Repubblica Italiana, è stata comunque oggetto di diverse norme regionali volte alla sua promozione e valorizzazione, all’interno delle strutture culturali e didattiche siciliane.
Nel 2012, dalla collaborazione tra Università di Palermo e Università di Rosario è nato il Centro de Estudios Sicilianos e l’istituzione di una cattedra di “Cultura e lingua siciliana”; l'organizzazione internazionale Arba Sicula, con sede a New York, annovera tra i suoi lavori la pubblicazione di una rivista bilingue (sia in inglese che in siciliano). Nel 2004, è stata
 creata una versione sicula di Wikipedia, oggi completa di ben 24.490 voci.
Data la posizione strategica dell’Isola, è evidente che anche la sua lingua abbia subìto diverse trasformazioni, nel corso dei secoli. Le diverse invasioni di fenici, greci, arabi e spagnoli, hanno dunque portato ad arricchirne il vocabolario e a cambiarne o acquisirne le forme grammaticali.
Le influenze più antiche sembrerebbero essere visibili oggi nei nomi attribuiti alle piante che popolavano, spontaneamente la regione; come ‘alastra’, che sta ad indicare genericamente una specie di leguminosa spinosa, oppure termini più tecnici che derivavano da quella che era la semplice vita contadina del tempo, e la spiegazione dei fenomeni che accadevano intorno a sé, come il termine ‘ammarrari’, che significa costruire un canale d’acqua o fermarne la corrente, oppure ‘calancuni’, un termine che sta ad indicare un’onda impetuosa o un torrente in piena.
Dopo le parole di origine latina, una delle influenze principali sulla lingua siciliana, è sicuramente
 rappresentata dalla lingua greca (per un 14,66%), approdata sull’Isola anche e con tutta probabilità,  tramite la dominazione Romana e Bizantina; alcuni esempi sono dati dai vocaboli ‘appizzari’ cioè appendere, attaccare, da ‘babbiari’ ovvero scherzare (termine che si trova anche nel dialetto calabro), e dal termine càntaru, ovvero ‘tazza’, esteso poi a catino o bacinella, (da kantharos), che ritroviamo anche, simile, nella lingua salentina. Persino il noto termine ‘caruso’ (ovvero ‘ragazzo’), sembrerebbe derivare dal greco (kouros); stesso discorso per ‘cammisa’, ‘tumassu’ (da cui il tumazzu, tipico formaggio siculo), ‘cirasa’, parola sicula che presenta similitudini anche nella lingua calabra e napoletana, e ‘chìanca’, che indica la macelleria (dal verbo greco ‘kiankeo’, macellare). Di origine greca sono anche diversi cognomi tipici siciliani, soprattutto di influenza dorica, come Alfeo o Alfei, Nunziato o Nunzi e Maffeo o Maffei, derivati normalmente da nomi propri di persona.
L’influenza araba è particolarmente persistente già a partire dalla dominazione Bizantina della Sicilia, voluta ed effettuata dalle armate dell’Imperatore Giustiniano I che ne fece sua provincia. Primo fra tutti è sicuramente il termine ‘partuallu’ (arancia), di cui si hanno forme simili anche nella lingua calabra e portoghese, che per alcuni sembrerebbe derivare dal greco ‘portokali’, mentre con tutta probabilità trae origine dal termine ‘burtuqal’.
Tra i vocaboli di origine araba ritroviamo forse quelli più noti del siciliano, anche al di fuori dei confini della Regione; forse perché furono gli Arabi ad occuparsi dello sviluppo, agricolo, urbano e dunque economico, dell’Isola, nella sua totalità. Dalla parola araba ‘harrub’, deriva infatti il termine carrubo (da cui probabilmente derivò poi il castigliano ‘algarroba’), la parola ‘cassata’, il ‘dammusu’ e la ‘giuggiulena’, che oggi dà anche il nome ad un tipico dolce calabro-siculo fatto a base di semi di sesamo. Dall’arabo derivano inoltre ‘favara’ (sorgente), da cui probabilmente deriverebbe il nome dell’omonima città sita in provincia di Agrigento, il termine siculo di ‘zaffarana’, da cui lo zafferano in italiano, e di ‘zibbibbu’, della nota uva introdotta proprio dagli Arabi, che dà origine al Moscato di Pantelleria. Da parole arabe derivano anche i nomi di alcune città sicule, come Calatafimi, Caltagirone, Caltanissetta, (tutte derivate dal termine ‘qalʿa’, ovvero cittadella, fortificazione), Marsala e Marzamemi; Giarre, Misilmeri, Racalmuto e Regalbuto, e alcune espressioni come ‘Mongibello’, nonché alcuni cognomi come Butera, dalla nota famiglia nobile che occupò alcuni feudi della regione, che si pensa possa derivare da un'italianizzazione del nome arabo ‘Abu Tir’ (padre di Tir); stesso discorso per i Gedda, toponimo della nota città dell’Arabia Saudita, e dei cognomi Fragalà e Zappalà, che dovrebbero originare dalla traslazione di alcune espressioni idiomatiche quali ‘gioia di Allah’ o ‘forte in Allah’, e del toponimo Sciarrabba, derivante dalla nota bevanda alcolica del ‘sarab’.
Dai franco-normanni, il siciliano ha mutuato diversi vocaboli, come ‘accattari’ cioè comprare, dal normanno ‘acater’ (da cui il francese ‘acheter’), che si trova anche nei linguaggi dialettali di altre parti meridionali d’Italia come la Puglia, la Calabria e la Campania, o ‘appujari’, cioè appoggiare. Stesso discorso per la ‘buatta’ (contenitore di latta o barattolo), usata ancora oggi anche nella lingua napoletana, ‘custureri’ (sarto), ‘firranti’ (grigio), ‘mustàzzu’ (baffi), da cui probabilmente deriva il termine mustazzolo, ad indicare il tipico dolce siciliano a base di vino cotto, sesamo, cannella, chiodi di garofano e pepe nero, che in Puglia viene preparato con mandorle, limone, cannella, farina e miele, e che si prepara, con ulteriori varianti, anche in Calabria e Campania; il termine ‘raggia’ (rabbia), anch’esso condiviso con altre lingue del Sud, e il termine ‘travagghiari’, dal quale sorge il francese moderno ‘travailler’ e il castigliano ‘trabajar’.   
Di notevole importanza è stata, per il siciliano,
 anche l’influenza lombarda, determinata dall’invasione normanna (ad opera di armate provenzali e piemontesi soprattutto), che hanno portato alla formazione dei cosiddetti dialetti gallo-italici, che ancora caratterizzano le zone di San Fratello, Novara di Sicilia, Nicosia, Sperlinga e Piazza Armerina. Derivanti dal lombardo sono infatti i termini ‘soggiru’ (suocero), ‘figghiozzu’, e i giorni della settimana. La cosiddetta ‘Scuola poetica Siciliana’ ha poi subito una grande influenza da parte del provençal, grazie all’intervento di Federico II di Svevia, tra le cui parole principali ricordiamo esserci ‘addumari’ (accendere), ‘aggrifari’ (rapinare), ‘burgisi’, che era il termine con cui si definiva l’antico proprietario terriero siciliano, e ‘lascu’, cioè molle, largo.
Dalla dominazione aragonese derivano all’incirca 771 termini, tratti sia dal castigliano che dal catalano; un’influenza anche maggiore di quella della lingua greca, secondo il Dizionario Etimologico Siciliano di Salvatore Giarrizzo. Oltre al lessico, il siciliano è stato influenzato dallo spagnolo anche nella sua grammatica e struttura sintattica, che si riscontra nelle terminazioni verbali dell'imperfetto e del condizionale, ma anche in alcune espressioni idiomatiche e perifrastiche

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Re: Le Origini della Lingua Siciliana

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