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FRANCESCO LEONE

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FRANCESCO LEONE

Messaggio  Flavia Vizzari il Mer 18 Feb 2009 - 16:36

Francesco Leone
Nato a Castellammare del Golfo il 12 gennaio 1928.
Si laureò in Lettere col massimo dei voti nel giugno del 1950, discutendo la tesi sul Folklore dei pescatori della Provincia di Trapani.
Cultore e autore di poesie, soprattutto in lingua siciliana, negli anni 1950, ’60 e ’70 fu, quale segretario del Premio, tra i promotori del Concorso di Poesia Siciliana “Ciuri di Sicilia” e del Festival della Canzone Siciliana, che si svolgevano a Castellammare del Golfo. Negli anni ’50, sempre a Castellammare, fu animatore del "Cenacolo di Poesia Siciliana", dove, sotto la sua guida discreta e riguardosa, i dilettanti poeti declamavano i loro versi, si cimentavano in esercitazioni di verseggiatura anche estemporanea (a tema libero od obbligato), ascoltavano o leggevano i canti popolari siciliani raccolti dal Pitrè, le poesie di Giovanni Meli, di Nino Martoglio, di Giovanni Formisano, di Ignazio Buttitta, di Castrenze Navarra ecc., e imparavano a rispettare le regole della metrica e della prosodia.
Vincitore assoluto di diversi concorsi regionali e nazionali di poesia edita ed inedita, i suoi versi sono presenti in molte raccolte di poesie siciliane.
E’ stato membro di diverse commissioni esaminatrici di concorsi letterari.
Sia come docente che come preside, ha promosso nelle scuole medie le tradizioni, la cultura e la poesia della Sicilia.
Attualmente è Presidente del ricostituito Cenacolo di Poesia Siciliana, che opera all’interno dell’Associazione Culturale Triquetra di Castellammare del Golfo.
E' autore della silloge "’Na scala longa", edita dalla Sarograf di Alcamo nel 2001.
Ha curato la pubblicazione dell’ANTOLOGIA delle opere in versi siciliani e in prosa di Castrenze Navarra, edito dalla Tipolitografia Luxograph s.r.l. nel 2005.
Ha in animo di pubblicare al più presto le sue composizioni inedite.


http://www.triquetra.it/index.php?option=com_content&view=article&id=74&Itemid=100


Sito Web : www.flaviavizzari.jimdo.com
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Flavia Vizzari
Spicialista
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http://blog.libero.it/Artevizzari/

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Re: FRANCESCO LEONE

Messaggio  flora restivo il Mar 10 Mar 2009 - 6:56

Ciao, Francesco, finalmente sono riuscita ad entrare nel forum. Ora vedo come posso fare per rendere nota a tutti i soci la lettura della mia silloge, da te splendidamente elaborata. Se non ci dovessi riuscire, cosa più che probabile, mi informerò anche con Bill Gates, ma ne verrò a capo.
Felice sempre di incontrarti, anche virualmente. Flora.
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flora restivo
nicareddu
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Re: FRANCESCO LEONE

Messaggio  Flavia Vizzari il Mer 11 Mar 2009 - 7:08

Dici giusto Flora, "splendidamente elaborata" ...


"Molto originale è la poesia di Flora Restivo e l’uso particolare che lei fa del siciliano, dimostrando come esso sia capace delle più alte espressioni liriche, fuori dalle secche delle tradizionali composizioni in dialetto, ponendola all’avanguardia di quanti lavorano al rinnovamento della nostra cultura.

Uno degli aspetti di tale produzione lirica che desidero mettere in evidenza è il personale modo di essere di Flora, che rappresenta oggettivamente il substrato logico e psicologico delle sue poesie, quale emerge da un contesto che il suo stile poetico riduce felicemente all’essenziale, ma ricco della pregnanza delle sue significazioni letterali e traslate.

Intendo dire che lei e soltanto lei è al tempo stesso narrante e protagonista delle emozioni che vive, architettura e arredo delle costruzioni che crea.

Mi sembra di poter azzardare che la cifra della poesia di Flora Restivo sia un egocentrismo lirico (egocentrismo che niente ha a che fare né con l’egoismo né col narcisismo, dal momento che lei nulla toglie o invidia a nessuno, né si crogiola nel compiacimento di sé), così pieno che non può non tracimare dal colmo della sua anima. Ogni lirica diviene per questa via una confessione, che, traboccando dagli anfratti più reconditi dell’ interiorità dell’artista, mette in luce aspetti inesplorati del suo percorso esistenziale.

Flora non indulge a descrizioni analitiche di ambienti, paesaggi, situazioni, atmosfere, sentimenti. Tutti questi elementi (il “sé” e il“di là da sé”) vivono insieme, si compenetrano e si valorizzano reciprocamente nei versi brevi ed asciutti, e si può gustare appieno la poesia, purché si sappia attingere allo specifico valore che assumono le singole parole, i sintagmi, le connotazioni, in tutta la loro estensione semantica nel particolare contesto.



Già nella prima poesia della silloge, “Surdatu spersu”, Flora manifesta il suo modo di sentirsi e di voler essere percepita: un semplice fante disperso (chi? quali e quante battaglie, perché?) che rientra, finalmente (“s’arricampa”), sfinita, (chissà da quale fronte e verso dove?), come sfiniti sono i resti (scorci) delle sue speranze. Si è trascinata avanti sbandata e smarrita (“tampasiava”), racimolando briciole di quel tempo che inesorabile ci ruba la vita, intrappolata tra le maglie (“ammagghiata”) di una rete di strade dove il sole non entrava con tutto il suo splendore, ma a malapena, “a pinnulara vasci” (a palpebre socchiuse).

“Surdatu spersu” è una metafora che, come abbiamo visto, include tanti interrogativi tutti da scoprire e da spiegare; si rivela quasi proemio di “Po essiri”, silloge che unitariamente si configura come il dramma di una donna “abbrumata” (fradicia) di una sofferenza vissuta con grande capacità di sopportazione (v. “Un jornu di marzu”), che vorrebbe vedere frutti maturi da quel fiore che sente di essere, ma che, come fiori di mandorlo prematuramente sbocciati, deve resistere ai morsi di venti maligni; una donna che cerca una via, per quanto ardua e stretta, o un giaciglio per poter morire (ma per morire bisogna, almeno per un tempo più o meno breve, vivere) con la dignità di PERSONA.

Questa ricerca mostra una donna che lotta per non soccombere, che anche nella certezza che le vicende della sua vita volgono al buio, vuole illudersi che invece sta nascendo il giorno, sforzandosi di catturare il sole e di incatenare almeno un po’ della notte (v. “Nt’ôn vìdiri e svìdiri”). Ella è pur sempre come una di quelle foglie che, sferzate da una ncazzusa tramuntana, si radunano ai piedi dell’albero (v. “Autunnu”); ma ha voglia di vivere, di fuggire da quel suo putrido corpo che non riesce a difenderla da se stessa, definita insonne rucculusa bastarda che le rode dentro e la dilania e che lei, trasformandosi in animale feroce, promette di sgozzare (v. “Sonnu”).

Così nelle liriche di Flora Restivo colpisce una voglia di speranza, che si accompagna qua e là ad un certo scetticismo e a un’amarezza che a quella voglia fanno da contrappeso, frutto di una religiosità non risolta. A iniziare dalle scorci di spiranza, con cui si chiude “Surdatu spersu”, e proseguendo oltre le liriche già menzionate, in cui pure questo argomento particolare è presente, ecco “Po essiri”: qui il tema della speranza si rischiara di una fiammella di fede. La poetessa è afflitta da una tempesta interiore, perché non le è riuscito di cogliere quel non so che di indefinito, che sente ancora estraneo e lontano; così come non è riuscita ad accettare il precetto del perdono… Allora spera in un ribaltamento della sua situazione esistenziale: può darsi, dice, che presto – magari oggi stesso o domani – addirittura

mi sentu scurriri/ nna li vini/ lu stissu sangu/ di Cui mi fici.

Preziosa risulta la maiuscola di Cui, per intendere che Dio è percepito da Flora come il Creatore, con tutti i risvolti che questo comporta per la comprensione dell’artista e della sua produzione poetica; mentre il macari succedi, così come il “po essiri”, che nel significato oscillano tra il verificarsi o meno dell’evento, ci danno conferma della persistenza di un dubbio non ancora dissolto.

A dimostrazione di ciò, leggiamo “A lentu a lentu”, che rappresenta l’acme dello scetticismo, che matura nel veder morire sulu/ poviru/ e pazzu il nostro infinito (nostro, credo, perché rappresenta il nostro – di ciascuno di noi - concetto d’infinito), cui fa da contrappeso “Forsi”, in cui ritorna la problematicità dell’esistenza dell’autrice, cani e lebbru/ biancu e niuru/ principiu e fini/, ma pur sempre pruvuligghia d’eternu.

Quest’ultima lirica si snoda attraverso il solito linguaggio di notevole spessore artistico. La chiusa (Forsi/ chiù tardu/ chiovi), che sembra scadere in una espressione banale e avulsa dal contesto della poesia, la conclude invece magistralmente. La poetessa si estrania a un tratto dall’argomento alto ed impegnativo, come a significare che la materia riguardante l’eterno non è per noi: meglio parlare d’altro! E poi, quel forsi si allinea perfettamente al po essiri, e, collegato a chiù tardu chiovi, trova riscontro nel basculante sentimento tra voglia di speranza e scetticismo già notato nelle liriche precedenti; mentre la probabile pioggia potrebbe essere simbolo di un problematico avverarsi delle cose sperate. Le cose che si aspetta Flora è possibile soltanto intuirle, conoscendo la sua sensibilità. Ne abbiamo un elenco criptato, direi quasi scherzoso, nella prima lassa di “Pinseri streusi”, che a noi spetta decodificare; chiaro è, invece, e tremendo ciò che l’artista si ritrova: silenziu/ luci fridda/ lavanchi sbarrachiati/ lu me spiritu/ attirrutu e spiddizziatu. Per decifrare la prima parte è sufficiente sostituire a queste ultime espressioni gli esatti contrari.

<<Occorre avere dentro di sé il caos, per partorire una stella che danzi (F.W.Nietzche)>>: questa citazione, che Flora Restivo pone all’inizio della sua silloge, alla luce di quanto sinora abbiamo percepito, mi pare che, riferita a se stessa, sia abbastanza calzante.

Nessuno risponde alla sua dolorosa, lastimusa ricerca della verità: Flora, le mani sul viso, piange (v. Sugnu la virità?). Ma non ha paura della morte, la cui porta sgangherata vuole sblaccari/ cu tutti li sensi/ vigghianti/….senza scantu (v. Senza scantu).

Tra le illusioni e le disillusioni di Flora non è certo estraneo l’amore. Un amore penetrato per sempre nella sua anima, nel delirio dei sensi che fa perdere la cognizione del come, del quando, del dove… ma che ha una sua insostituibile identità: ERI TU/ addabbanna d’ogni tempu e ragiuni/dintra di mia/ PI SEMPRI (v. Addabbanna). Ma un giorno: <<Aspettami>>; e lei aspettò tra speranza (vistuta di virdi/ mi natichiava) e delusione (vistuta di niuru/ mi dannava), e non si arrese mai: ju/ vistali di spiranzi/ a l’ultima faìdda/ nun m’arrinnivi:/ ssi quattru ossa ’n-cruci/ ancora t’aspettanu (v. Virdi e niuru e Chinchi Conchi).

Amara delusione è ancora presente in Maciara, mentre si fa ironia e scetticismo in Qualchi vota:

Amuri vinci morti…/qualchi vota.

Nostalgia del tempo andato è invece nei versi di Tannu:

mi sonnu/ agghiommaru d’amuri/ mpirtusatu/ ’n-funnu ’n-funnu/ dunni l’arma/ si fa carni./ Tannu/ nun c’era friddu/ MAI.

Nostalgia che si fa spinnu (struggimento) d’amore trovo infine nella lirica Sdilliriu, bella

e significativa come tutte le altre sue composizioni.

L’egocentrismo lirico non può significare la produzione di una poesia che riguardi una sola persona: si tratta invece di una poesia che ha come centro una sola persona, che mette a nudo quelli che sono i propri personalissimi sentimenti, si confessa senza ipocriti infingimenti come parlando di sé a se stessa: ciò non toglie che essa possieda un’enorme coinvolgente carica emozionale, perché speranze e delusioni, desiderio di credere ed occasioni che spingono allo scetticismo (Po essiri ) sono misero appannaggio personale di tutti e di ciascuno."


Ciccio Leone


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