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PAOLO MESSINA & ROSA FRESCA AULENTISSIMA 1

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MessaggioOggetto: PAOLO MESSINA & ROSA FRESCA AULENTISSIMA 1   Mer Mar 05, 2008 8:38 pm

PAOLO MESSINA
& ROSA FRESCA AULENTISSIMA


ROSA FRESCA AULENTISSIMA, Poesie Siciliane, volume impresso a Palermo in 300 copie, è del 1985: ventidue testi, in scrupoloso ordine cronologico tra il 1945 e il 1955, senza versione in Italiano né note né glossario, nel complesso poco più di duecento versi, con accenti tonici per favorirne la lettura.

A LA SICILIA. 1945. È un sonetto.
Paolo Messina avrà per tutta la vita lunga frequentazione e dimestichezza con il sonetto. Nel suo saggio L’ESSERE DELLA POESIA del 1990 egli annota: <la mia idea del sonetto come limite infinito della poesia, non solo in quanto metafora del poetare, bensì e più propriamente come struttura essenziale di ogni atto di poesia. Idea fondata sulla diretta esperienza, da una parte, e sulla riflessione estetica dall’altra, talché poi comporre un sonetto e intravederne la possibile perfezione poietica (il suo poter essere “bello e razionale”) diventano un atto solo. Obiezione corrente alla moderna, attuale praticabilità del sonetto è quella relativa alla forte restriction métrique ch’esso comporta: restrizione che impedirebbe un libero o più agevole approccio alla poesia. È invece proprio la rigorosa determinazione formale, una “porta stretta”, anzi chiusa, ciò che tenta (o dovrebbe tentare) ogni spirito avventuroso, il quale dovrà inventarsene la chiave, trovarla nella sua audacia intellettuale e nella sua forza d’animo, poiché, non appena avrà spalancato questa porta, egli sarà colto dalle vertigini, trovandosi improvvisamente a sporgersi sugli infiniti paesaggi dell’essere della poesia, quando scende a sostanziare le cose, ciò che ne conferma il fondamento ontologico. Sicché il limite (la limitazione formale), l’uomo e il mondo (cioè la concezione che l’uomo ha di sé e del suo mondo) si aprono agli “interminabili spazi” della libertà creativa. Non c’è d’altronde assetto poetico più calcolato che nel sonetto, “bello e razionale” nella sua struttura inalterabile, eppure aperta a tante audacie interne, equilibrio di techne e di poiesis: un insieme di proposizioni che asseriscono delle implicazioni (tra figure, simboli, metafore) che contengono delle variabili (accenti, rime, assonanze in funzione semantica): definizione che ricalca quella proposta da Bertrand Russell per la matematica. Rinunziare per una presunta emancipazione metrica al sonetto comporta quindi una immediata perdita di intensità e di afflato nei rapporti con lo spirito, che, come avvertiva senza perifrasi Hörderlin, è retto da leggi metriche.>
L’esordio della antologia condensa liricamente <le coordinate storiche - riporta Orio Poerio - dell’esperienza che fu alla base della sua formazione>: l’amore per la Sicilia (d’ogni senziu / trama amurusa), l’appartenenza ad essa (ddocu affunnu / li ràdichi), la nascita a nuova vita (nàsciu arreri) attraverso la <vuci> del dialetto (d’ogni lingua ciuri) e il conseguimento della chiave che apre il mondo: la Poesia.
SPIRANZA. Un speranza fanciulla, libera e spensierata che corre, gioca, canta; e coglie e deposita ai piedi del poeta <vrazza chini / di rosi majulini>.
Ritroviamo in questo secondo sonetto la puntuale applicazione dei precetti sopra enunciati, ma piuttosto che soffermarci su essi, preferiamo registrarne i toni di novità che albergano nel raddoppiamento delle parole omogenee.
<Il raddoppiamento - scrive Luigi Sorrento in NUOVE NOTE DI SINTASSI SICILIANA - o la ripetizione di un avverbio (ora ora, rantu rantu) o di un aggettivo (nudu nudu, sulu sulu) comporta di fatto due tipi di superlativo: ora ora è più forte di ora e significa “nel momento, nell’istante in cui si parla”, nudu nudu è “tutto nudo, assolutamente nudo”. I casi di ripetizione di sostantivo (casi casi, strati strati - nella nostra ipotesi: celu celu, spini spini) e di verbo (cui veni veni, unni vaju vaju) sono speciali del Siciliano. “Strati strati” indica un’idea generale d’estensione nello spazio, un’idea di movimento in un luogo indeterminato, non precisato, tanto che non può questa espressione essere seguita da una specificazione, come strati strati di Palermo. L’idea di “estensione” viene espressa dalla ripetizione del sostantivo, così originando un caso particolare di complemento di luogo mediante il raddoppiamento di una parola. La ripetizione del verbo si ha con la pura e semplice forma del pronome relativo seguita dal verbo raddoppiato. “Cui veni veni” intende chiunque venga, tutti quelli che vengono: il raddoppiamento del verbo, quindi, rafforza un’idea nel senso che la estende dal meno al più, la ingrandisce al massimo grado, anzi indefinitamente.>
URA CA PASSA. 1947. La rivoluzione (fu proprio Paolo Messina ad adoperare questo termine, mentre Salvatore Camilleri aveva preferito il lemma: rivolta) si compie!
<Si pubblica a Catania nel 1947 - ribadisce il Camilleri - diretto da Giovanni Formisano, TORCIA A VENTU, un settimanale con una rubrica di poesia siciliana curata da Aldo Grienti, dove appare la lirica URA CA PASSA, di Paolo Messina, primo e reale esempio di poesia dialettale moderna.> E sul MANIFESTO DELLA NUOVA POESIA SICILIANA, edizione Arte e Folklore di Sicilia, Catania 1989, incalza: <URA CA PASSA, del 1947, nata dall’ermetismo italiano, ma forse più direttamente dal simbolismo francese, dà inizio alla nuova poesia siciliana. Paolo ha 24 anni e si rende subito conto di ciò che è avvenuto.>
In quindici versi liberi - Paolo Messina fu il primo ad adottare il verso libero e anche in questo sta la straordinaria novità -, stringatissimi, senza rime, nella concreta realizzazione del suo “strumento necessario”, nelle espressioni autenticamente siciliane, negli efficaci dispositivi analogici, simbolici, metaforici, nelle pregevoli invenzioni, nell’accostamento di suoni, nella coerenza ortografica … la felice, originale, lirica formulazione dei principi innovativi teorizzati. E, sbaragliati i vocaboli ricercati, reboanti, artificiosi, bandito ogni traccheggio del verso, cedimento vernacolare, italianismo, epurata la ridondanza di aggettivi, diminutivi, vezzeggiativi … le parole “quotidiane”: chiantu, ura, praj, ciuri, notti, erva. Parole, che nell’alchimia del Poeta si animano, acquistano significati che eccedono la loro semplice lettera; parole comuni che nella loro inusitata cifra compongono scenari irrefutabilmente unici, disegnano profili squisitamente singolari, assurgono a raffinato strumento espressivo con cui il Poeta esplicita la propria Weltanschauung, <l’arte - affermò Viktor Borisovic Šklovskij - restituisce una visione autentica del mondo>.
Pregevolissimo nella sua interezza - dimensione la sola che consente di carpirne l’austera bellezza - se ne riportano, solo a mo’ dimostrativo, taluni sintetici, intensi stralci: <iu m’acquazzinu di tempu, mi ridi la luna / e mi vesti di biancu, portu li giumma / d’un abitu dimisu / ‘n contraluci.>
PASSAGGI. <Na sira (eramu tutti a manciari ô Risturanti Shangai d’a Vucciria) ci apprisintai a prima manu d’un sunettu ntitulatu Passaggi. Mi taliaru - ricorda Paolo Messina in PUISIA SICILIANA E CRITICA - tutti alluccuti e fu Fidiricu Di Maria (misu a caputavula) ca rumpiu ddu silenziu dicennumi: Ora ci deve spiegare che significa. Paroli tistuali. Ma comu, ci arrispunnivi, propriu vossia mi veni a fari sti discursi? L’autri s’a pigghiaru a ridiri. E finiu ca ni mbriacamu.>
Episodio eloquente che la dice lunga circa la problematicità di interpretazione (della poesia e) di questo terzo sonetto che, peraltro, l’enjambement: ariusu / juncu, lenti / nuvuli, e l’anastrofe: si passa di salutu umbra, esteticamente connotano.
RISPIRU D’UN CIURI. 1948. Secondo esempio di verso libero.
Immediatamente dopo ogni grande passo è assai difficile ripeterne uno della medesima portata, bissare. La vocazione si consolida; l’ambizione di tentare strade nuove, più difficoltose, malsicure, faticose delle vecchie e, a conti fatti, più avare di riconoscimenti (ma questo forse non importa) persiste. E i risultati non mancano: <silenziu / crisciutu supra un jiditu, amuri ca passa / pi ’na vina di celu, mi sentu / ‘ntra lu pettu / un jardinu di stiddi.>
Gli altri, nel frattempo, che fanno? dove vanno? (anche questo non importa: la Poesia, si sa, è “esercizio solitario” e d’altronde - suffraga il Camilleri nel numero di Gennaio-Febbraio 1989 di ARTE E FOLKLORE DI SICILIA - <bisognò aspettare almeno cinque anni prima che altri poeti maturassero quella rivoluzione, formale e strutturale, che era in atto>).
PRIMU DI MAIU. 1949. Terzo testo della nuova “ouverture” in tre anni.
L’occasione, la festa (già tristemente macchiata di sangue a Portella della Ginestra nel 1947) del 1° Maggio. La guerra, con il suo opprimente, irrisolto retaggio di morte, distruzione, sofferenza è appena dietro l’angolo, la sudditanza culturale, sociale, economica da cui decantano la miseria, l’ingiustizia, il malaffare sempre lì a prenderti per la gola, a sgomentarti, a reclutarti. Ciò malgrado, quel primo di Maggio 1949 vola sulle ali di un passero <nni la manica aperta di lu ventu>, pulsa di ricostruenda collettività, avviluppa, in un vorticoso caleidoscopio, gli uomini <li vrazza / turciuti di la fatica / abbrazzati a la terra> e le cose <li banneri, li roti, li ciminii, li pilastri di li casi, li rimi di li varchi, l’àrbuli di li bastimenti, li spichi di furmentu.>
PARTIRI. 1950. La metafora è nella testa (e non nella penna)!
Possono apparire adesso - il verso libero, il simbolo, l’enjambement, lo scavo interiore … - conquiste scontate, ovvie, abusate. Ma - immaginiamo - quanti studi ed esitazioni, prove e assidue verifiche, intralci e tentazioni di mollare, allora, per chi ebbe a trovarsi nella esaltante, e al contempo scomoda, sua posizione.
<Al poeta - ebbe a dire Giuseppe Zagarrio - compete lo stesso dovere-diritto dello scienziato in laboratorio: quello della ricerca, la più ampia possibile, la febbrile consapevolezza di essa, la speranza continuamente gratificante di cogliere ed esprimere qualcuna delle spinte che il collettivo inter-soggettivo opera di continuo dalla sua massa corale e anonima>.
E Paolo Messina ricerca con consapevolezza la parola nuova, sperimenta con tenacia l’espressione che implichi compiutezza di forma e contenuto, s’ingegna a che l’applicazione sia autenticamente siciliana: <ciuriu lu molu di palummi, nudda lacrima / vagna la corda ca mi va muddannu>. E, non ultimo, si prodiga affinché l’esito si collochi nella cornice della (sua, perché scelta, voluta da lui) disciplina: la coerenza ortografica del dialetto, il criterio semantico di trascrizione di esso, l’impiego delle preposizioni più gli articoli; cornice, pertanto, entro la quale non possono insistere i segni diacritici (tranne l’aferesi in: ‘n, ‘na, ‘ntra, ‘nzina), i raddoppiamenti consonantici iniziali, i nessi fonici.
La chiusa, <‘nzina ca lu silenziu / mi jetta ‘n coddu / ‘na ghirlanna d’acqua>, ci impone, nella sua mirabile singolarità, una riflessione. Come fosse vera, la ghirlanda d’acqua ci coglie infatti alla sprovvista e quasi ci scansiamo per non esserne bagnati - chiunque di noi del resto d’impulso reagirebbe nello stesso modo; ma ancor più ci strabilia, perché insospettabile, colui/cosa ce la scaraventa addosso: il silenzio.
Se URA CA PASSA è stato l’archetipo, PARTIRI ne è stato il degnissimo seguito.
CHRISTUS. Pasqua 1952.
CHRISTUS, in maiuscolo, scrive Paolo Messina (come gli Ebrei a tutte lettere maiuscole scrivono JHWH, il tetragramma sacro per Jahvè) e considera che <di tannu / tu / ddocu arresti / ‘n cruci>. Ma la religiosità rimane ritenuta, resta racchiusa nella sfera dell’intimo, non spicca il volo (della trascendenza). Il CHRISTUS è un uomo che muore, un uomo che <finiu di mòriri> con il conforto di <fimmini (chi) vannu e vennu (In the room the women come and go talking of Michelangelo, by Thomas Stearns Eliot) purtannu unguenti, linzola e lamenti>, e decisamente terreno è il teatro della rappresentazione: <arbulu, quartari d’acqua, gruppa /ca nuddu chiantu strogghi, sangu spantu>.
Il dialetto siciliano si riaccosta per un attimo, <consummatum est>, alle sue origini (a buona parte almeno di esse): il Latino. Nel naturale confronto e dalle valutazioni più complessive che ne scaturiscono, ci rendiamo conto di quanto la parentela tra i due sia tuttora stretta e di come esso abbia, tutto sommato, assai bene retto l’avanzare dei secoli.
BUCHÈ. Cinque endecasillabi non rimati, in cui si rinviene una delle rarissime eccezioni quanto al raddoppiamento iniziale della consonante, quella dell’avverbio: cchiù.
Il buchè che un Siciliano offre all’amata <li cchiù bianchi manu di lu munnu> non può che essere di <limpi zàgari> (i fiori bianchi dell’arancio simbolo di purezza) e il loro ciauru trattenuto <‘nzina a quannu stasira / idda trimannu strogghi lu nastru>.
LU CHIANTU. Inizi del 1953. Paolo Messina ha già ( appena ) trent’anni.
Il silenzio (degli addetti ai lavori, della stampa, della critica) è assordante! I risultati - tranne che nella percezione di pochissimi sodali - tardano e così gli auspicati effetti in ordine alla poesia e, per essa, alla realtà, alla “questione” siciliana, che è politica, oltre che sociale, culturale, economica. Ciononostante l’ufficio continua.
LU CHIANTU propone un positivo incipit <Cadu nni lu margiu /di lu me chiantu> e quindi termini soluzioni, ambienti ancora interessanti, benché già sperimentati: biancu fazzulettu / di luna, li pampini s’asciucanu / lu risinu ...
Viene da chiedersi: <Quali / pena ‘nchiui pizzi ed ali> al Messina tanto da far sì che egli si rivolga al sole e lo ammonisca: <dumani lu chiantu / a tia puru t’abbinci>?
Un incidente in itinere, la stanchezza accumulata, la repentina sfiducia nei propri solitari mezzi? O non piuttosto il clima, il contesto di indifferenza, la trama di avversione (<un jornu vinni ‘n Palermu na diligazioni di pueti catanisi pi dirimi davanti a l’amici ca iu stava ruvinannu a puisia siciliana e ca l’avia a finiri>) che montava in direzione di quella che appariva essere una fuga (troppo) elitaria?

Marco Scalabrino
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MessaggioOggetto: Re: PAOLO MESSINA & ROSA FRESCA AULENTISSIMA 1   Gio Mar 06, 2008 7:39 am

ci sarebbe da leggere, le poesie per intero.... study per apprezzarle meglio e non solo dai commenti....
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MessaggioOggetto: Re: PAOLO MESSINA & ROSA FRESCA AULENTISSIMA 1   Gio Mar 06, 2008 7:48 am

Ura ca passaSi chiantu è st’ura
ca passa e mi punci
iu m’acquazzinu di tempu.
Si junci
vuci pi st’àspiri
praj senza ciuri
mi ridi la luna
e mi vesti di biancu.
E zichi zachi d’umbri
ariu di notti
cu passu d’erva
arrassu
portu li giumma
d’un abitu dimisu
‘n contraluci.
Aspettu d’essiri iu

Nun ti pensu, jurnata gricia
ca m’afferri
cu fili di trammi
‘nturciuniati a li campani
e denti amari nni la vuci.
Aspettu ca la sira s’addinocchia
supra l’àstrachi
e mi rispira vicinu
‘na vulata d’aceddi.
Aspettu d’essiri iu
pi jisari li vrazza
e tèniri lu celu
supra tutti li frunti
stanchi di sti nòliti.
E vuci aperta
chiavi di ciarmu
scriviri nni la manu addummisciuta
di lu silenziu
l’ura ca di sempri
va sunannu pi mia
a lu roggiu addumatu di la luna.
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