Buon lavoro e buon divertimento, Flavia.
Ti brillano i post, quando parli del tuo prof siculo iberico (non vedo gli occhi, ma son sicuro che ti brillano anche quelli), epperciò ti auguro una splendida manifestazione ed ogni beneaugurante checchessìa.
E se te capita e ti sbummica la voglia, oltre a quel fatto lì (della inesistenza di studi sulla maggiore visibilità di una scritta verde in campo giallo rispetto ad altri accoppiamenti coloriferi), sparagli pure, al simposio, l’argomento del pericolo che una maggiore diffusione artistica in un determinato ramo possa uccidere quel ramo lì.
E vengo e mi spiego con un esempio che potrà gettare un po’ di luce sull’astruso concetto che ho testè cercato di astrarre.
Nel campo della pittura ci fu un momento di imperante astrattismo che legittimò e moltiplicò un bel po’ di sedicenti ed aspiranti artisti e li convinse di produrre splendide opere d’arte.
Adesso, considerato che molte di quelle opere fossero oggettivamente belle (ecchepperò lasciassero “un margine con enorme margine” ad una interessata valutazione e selezione commerciale) la domanda sorge spontanea:
può, un diffuso eccesso di diffusione artistica, far perdere quella artistica qualità ad una produzione che, se ognuno riesce facilmente ad autocostruirsi, sarà inevitabilmente destinata ad una banalizzazione, col connesso e conseguente pericolo della svalutazione dell’altro e supervalutazione del “mio”?
E con l’ulteriore effetto che ognuno esporrebbe, in casa, solo i quadri suoi?
E può, questo concetto, estendersi alla poesia ed al verso sciolto, considerando la pubblicazione annua di migliaia di libri di poesia che nessuna libreria potrà mai esporre (non foss’altro che per motivi di spazio) e che, di conseguenza, nessuno leggerà mai?
In pratica, può, l'astrattismo, condurre a morte la pittura come, il verso sciolto, uccidere la poesia?
Vabbè, era una considerazione sconsiderata che lascia il tempo che trova (semmai riesca a trovarne).
Grazie dell’invito, comunque.
E nun te ce metto un “alla faccia di quel disgraziato di Garibaldi”, adesso, solo perché, nel contesto di un simposio artistico, stonerebbe un po’.
Ciao
Giò