CIATU
di Flora Restivo
Edizioni Sfameni Messina 2004
di Marco ScalabrinoFlora Restivo ci pone dinanzi al fatto compiuto. E ci viene da chiederci - tralasciando al momento ogni altra questione l’evento solleva - non tanto perché ( scriva ), quanto … perché in Dialetto?
L’incontro difatti fra la Poesia e la Restivo - non nuova peraltro ai salotti letterari dell’Isola e che dalla sua può vantare amicizie e ammiratori illustri, tra i quali il compianto Salvo Basso, che nella sua ultima silloge, allora destando fragore nell’ambiente e rivelando piuttosto una prodigiosa lungimiranza, le dedicò un componimento, e Franco Loi, dei testi del quale la Restivo ha curato e custodisce, inedite, alcune versioni nel nostro Dialetto, versioni che il ” Milanese “ ha apprezzato - l’incontro, si diceva, fra la Poesia e la Restivo è per certo una combinazione assai felice, da salutare con vivo compiacimento, che arricchisce il già nutrito panorama della Poesia Siciliana.
Ci sovviene per lei - nell’attesa possa maturare una risposta al quesito - quanto a suo tempo avemmo a leggere in un articolo, a firma di Nicolò D’Agostino, pubblicato a Palermo sul numero di Aprile 1990 del Mensile di Letteratura Dialettale giornale di poesia siciliana diretto da Salvatore Di Marco. Il pezzo a proposito del poeta catanese Aldo Grienti annotava: < Aldo Grienti era soggettivamente nuovo, e praticò subito ( senza bisogno di rinnovarsi perché né aveva sostenuto o praticato poesia vecchia, né aveva nulla da aggiornare ad un modello poetico che in lui, giovanissimo autore, andava per la prima volta prendendo forma ) un suo modo di fare poesia prima ancora che il vecchio, che la tradizione, lo contagiassero. >
Il dato anagrafico - non ce ne voglia l’amata amica - non ci conforta, ma l’osservazione del D’Agostino nel suo complesso calza a pennello e potremmo oggi mutuare per la Nostra. Giacché, prima di questa prova d’esordio ( è curioso parlare di prova d’esordio ma, tant’è, gli esempi di pubblicazione tardiva non sono infrequenti in Letteratura - uno per tutti, Pietro Tamburello, figura tra le più nobili della Poesia dialettale del Novecento, diede alle stampe il suo primo libro solo nel 1982 alla veneranda età di 72 anni ) non c’è invero alcun suo precedente nella scrittura dialettale, per cui possiamo ben affermare che la Restivo ha maturato al suo tempo e alla sua paglia i frutti che con questa opera, adesso, licenzia.
Sgombriamo immediatamente il campo da ogni illazione: Flora Restivo non è Minerva! Nel senso che non è scaturita, come la dea, già adulta ed armata, dal capo di Zeus.
E allora … le letture, la frequentazione sin dai banchi di scuola della buona letteratura, l’esercizio acquisito negli anni quale presidente o membro di Giuria di concorsi letterari, la conoscenza documentale e personale di qualificati autori dialettali, sia siciliani che di altre realtà regionali italiane, sia classici che contemporanei ( alcuni di questi ultimi possono finanche pregiarsi della sua prefazione nelle loro pubblicazioni ). E ancora il senso della disciplina, i ” sudati “ studi, i privati allenamenti ( come li definiva Baudelaire - al quale la Restivo affida la silloge ) e, in special maniera, l’umiltà - sottobraccio al ” calcolato “ opportunismo - di ascoltare, la volontà di cogliere e la capacità di esaltare poi nella propria individuale formulazione quanto di più utile le è tornato da stimoli esterni e da ( buoni ) consigli.
L’esigenza della scelta tra Italiano e Siciliano ( blocchiamo così sul nascere eventuali quesiti in ordine a questo aspetto ) non vi è pertanto mai stata; il dilemma non si è mai posto! Flora Restivo non ha mai dovuto risolvere alcuna perplessità: ha scritto in Siciliano perché il suo sentire è siciliano, i suoi pensieri nascono in siciliano, il suo animo è profondamente, convintamente siciliano.
Non per caso abbiamo accostato al suo il nome di Aldo Grienti. L’evocare Grienti ci consente di gettare un ideale ponte tra noi e lui, il nostro tempo e quel tempo, l’attuale nostra esperienza e quella esperienza. Perché se Aldo Grienti è stato, nel secondo dopoguerra del secolo scorso, assieme con altri autori quali Paolo Messina, Pietro Tamburello e Nino Orsini solo per citarne alcuni, uno dei protagonisti della stagione del Rinnovamento della Poesia Siciliana - stagione che dopo i primi, promettenti passi degli anni Cinquanta andò, nel prosieguo dei decenni successivi, vieppiù rallentando la sua corsa fino ad arenarsi, a cristallizzarsi in un progetto mai compiutamente attuato, ad interpretare un puro vagheggiamento - la Restivo, per la sintesi poetica che realizza nella silloge che oggi ci consegna, va a parer nostro a richiamarsi a quel movimento, ne esprime la naturale prosecuzione, incarna chi, nel terzo millennio, ne raccoglie il testimone per rilanciarlo.
” Oggi la poesia dialettale - scrive tra l’altro nel 1955 Giovanni Vaccarella nella prefazione all’antologia POESIA DIALETTALE DI SICILIA - è poesia di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è poesia di consistenza e non di evanescenza. Lontana dal canto spiegato e dalla rimeria patetica, guadagna in scavazione interiore quel che perde in effusione. Le parole mancano di esteriore dolcezza e non sono ricercate né preziose: niente miele e tutta pietra. Il lettore di questa poesia è pregato di credere che nei veri poeti la oscurità non è speculazione, ma risultato di un processo di pene espressive, che porta con sé il segreto peso dello sforzo contro il facile, contro l’ovvio. Perché la poesia non è fatta soltanto di spontaneità e di immediatezza, ma di disciplina. La più autentica poesia dei nostri giorni è scritta in una lingua che parte dallo stato primordiale del dialetto per scrostarsi degli orpelli e della patina che i secoli hanno accomunato, per sletteralizzarsi e assumere quella condizione di nudità, che è la sigla dei grandi. “
” In un periodo come il nostro che nella poesia ha versato gli stati d’animo, l’essenza umbratile e segreta dello spirito attraverso un linguaggio puro da ogni intenzione oratoria, i poeti dialettali - afferma pure Antonio Corsaro, in prefazione a POETI SICILIANI D’OGGI del 1957 - si trovano nella identica situazione dei loro compagni in lingua, senza che neppure la difficoltà del mezzo espressivo costituisca ormai una ragione valida di isolamento. Tanto più che i nostri lirici in dialetto sono già arrivati a un tal segno di purezza e a una tale esperienza tecnica da non avere nulla da perdere nel confronto con i lirici in lingua. Anzi, in un certo senso, i dialettali ne vengono avvantaggiati per l’uso che possono fare di una lingua meno logora, attingendola alle sorgenti che l’usura letteraria suole meglio rispettare. “
Giusto per inciso sottolineato che, le due antologie appena citate, POESIA DIALETTALE DI SICILIA e POETI SICILIANI D’OGGI, sono da considerarsi antesignane del rinnovamento della poesia siciliana, l’attualità e la bontà di queste autorevoli notazioni fanno sì che esse siano perfettamente riferibili all’operato di Flora Restivo e rispondano in buona misura all’interrogativo posto in apertura.
Ma non bastasse, fugando ogni residuo nostro tentennamento, l’Autrice stessa ci soccorre e ci suggerisce: < palori di sangu / e di ventu / chi si ciàccanu e si ncòddanu / chi mòrinu e arrivìscinu / e mai ci crisci un pilu biancu >.
Ebbene è nostro fermo convincimento che parole di tale sorta: < di sangu / e di ventu / chi mòrinu e arrivìscinu / e mai ci crisci un pilu biancu > mai avrebbero potuto sortire, con pari intensità, felicità, suggestione, in un diverso registro linguistico.
Pensate: < mai ci crisci un pilu biancu >! Mai perciò esse subiranno l’onta dell’invecchiamento, mai vedranno in faccia la morte. Parole dunque destinate, per l’assunto dell’Autrice, a rimanere vive in eterno, a perpetuarsi in eterno.
E nelle parole ( che della Poesia sono i fatti, la realtà ), scevre da italianismi e mai asserviti ai traccheggi del verso, la Restivo mostra di sottoscrivere ” in toto “ l’asserzione di Salvatore Riolo: ” Il dialetto non è una corruzione né una degenerazione della lingua e non potrebbe mai esserlo, perché i dialetti non sono dialetti dell’italiano, non derivano, cioè, da esso ma dal latino, e soltanto di questo potrebbero eventualmente essere considerati corruzione “, come pure di condividere appieno l’affermazione di Salvatore Camilleri che recita: ” Il Dialetto può esprimere tutte le complesse realtà: la storia, la filosofia, la sociologia, tutte le scienze, non in quanto tali, ma come patrimonio culturale che chi scrive consuma nell’atto della creazione “.
Vinta la sua ritrosia, Flora Restivo ha liberato e reso fruibili al mondo le sue creature e, al contempo, ha rilanciato con prepotenza il monito del Lurati: ” Come la società tradizionale, anche il dialetto non può permettersi il lusso della nostalgia; la sua sopravvivenza è legata alla capacità di adeguarsi al mondo che evolve “.