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 ELVEZIO PETIX POETA IN DIALETTO parte 1

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marco scalabrino
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MessaggioOggetto: ELVEZIO PETIX POETA IN DIALETTO parte 1   Lun Set 01, 2008 2:43 pm

ELVEZIO PETIX
POETA IN DIALETTO


In tanti hanno scritto (bene) della poesia di Elvezio Petix:
Romualdo Romano, nel 1961, nella prefazione a UN PIANOFORTE SUONA ALL’ALBA: <Vi trovo il solitario cantore che ama la poesia, ma per sé, per la sofferenza ineffabile che gli dà; per le strade “private” che gli schiude e per la pace che gli concede>,
Angelo Fazzino, per ONDE DI BRACCIA E RESPIRI: <In Elvezio Petix vediamo emergere una visione che parte dalla spinta radicale e costante della condizione umana. L’arte raggiunge la sua più alta umanizzazione attraverso quel nodo che lega indissolubilmente il poeta al suo popolo e alla sua terra>,
Miky Scuderi, nella prefazione a DIALOGHI BIANCHI: <Qui c’è un processo di moltiplicazione del realismo, inteso come rapporto uomo-infinito; le scelte tessute in cento impulsi vitali, scendono a raccogliere brevi soggiorni nel tempo fisico senza troppe astrazioni. E c’è soprattutto l’attesa, la grande Attesa di tutto ciò che è nascente, dentro e fuori di lui, un fermento profondo che vorrebbe approdare alla elisione delle antitesi>,
Cesare Zavattini, nella sua lettera del 1975: Lei scrive stimolato dalla speranza. I suoi componimenti meritano di essere considerati un esemplare di questa speranza che a parere suo “ha le ali”>,
e Rolando Certa, nella introduzione al racconto SAN MICHELE HA LA BOCCA PIENA DI NUVOLE (uno stralcio del quale apparirà sul volume ANTIGRUPPO 75), pure della sua prosa: <Il libro di Elvezio Petix mentre denuncia una dolorosa storia di sopraffazione (il rapimento di una povera ragazza da parte di un mafioso) suscita anche la nostra civile protesta, la nostra rabbia, la nostra indignazione, la nostra rivolta contro una struttura arcaica che priva i poveri della libertà e della loro breve esistenza ne fa un lungo calvario di pene e di sofferenza>.
Commenti qualificati, profondi, centrati. Ma, constatiamo, tutti volti alla definizione della sua cifra in Italiano. Diversamente, noi intendiamo in questa sede porre l’attenzione su Elvezio Petix poeta in dialetto.

Il volume II di ANTIGRUPPO 73 (ispirato e realizzato da Nat Scammacca e Santo Calì, coadiuvati da Vincenzo Di Maria), nel riportarne due testi in lingua <Stringendo nelle mani una criniera> e <Madre del Sud>, precisa nelle scarne note a corredo che <ha esordito con poesie in dialetto siciliano>.
A proposito degli esordi, nel breve studio del 2002 “Elvezio Petix: un Poeta che non muore”, Salvatore Di Marco afferma: <La sua produzione letteraria risale addirittura agli anni Trenta. Ci sono giornali e riviste dell’epoca dove si leggono i primi componimenti in dialetto del poeta di Casteldaccia. Io lo conobbi nel lontano 1957 quando, sul paginone del periodico La Voce della Sicilia dedicato alla nuova poesia siciliana in dialetto, ci ritrovammo con le nostre liriche un gruppo di poeti come Gianni Varvaro, Paolo Messina, Miano Conti, Pietro Tamburello, Ignazio Buttitta, e altri, tra cui figuravo anch’io giovanissimo e poeta alle prime uscite.>
E Romualdo Romano, nella memoria appena ricordata, testualmente rileva: <Caro Elvezio, da più di trent’anni attendevo un tuo “Pianoforte”. La musica dei tuoi versi è quella stessa che ascoltai trent’anni fa>. Eravamo nel 1961 ed è facile quindi tirare le somme.
Troviamo conferma a quanto riportato sulle pagine del … po tu cuntu …, il volume del 1994 che raccoglie le opere del Nostro: <Già a 12 anni cominciai a scrivere. Fu per caso che un giorno mia madre, rovistando nei miei cassetti, trovò la mia prima poesia, Po tu cuntu, e la fece pubblicare su un giornale letterario>.

Nell’articolo titolato LA CIVILTA’ DEI CAFFE’, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO di quello che fu l’effimero ritorno del Po’ t’ù cuntu!, ancora Salvatore Di Marco registra: <Negli anni Cinquanta c’era a Palermo, in via Roma quasi all’altezza dell’incrocio con il Corso Vittorio Emanuele, uno dei caffè Caflish. Al piano superiore, una saletta con sedie e tavolini. Ebbene, in quel luogo e per anni - sicuramente dal 1954 al 1958 - nella mattinata di tutte le domeniche si riunivano i poeti del Gruppo Alessio Di Giovanni. Frequentatori erano, oltre a chi scrive, Ugo Ammannato, Pietro Tamburello, Miano Conti, Gianni Varvaro e altri. Vi arrivavano spesso Ignazio Buttitta da Bagheria, Elvezio Petix da Casteldaccia, Antonino Cremona da Agrigento, e da Catania Carmelo Molino e Salvatore Di Pietro: insomma, i personaggi più significativi allora della nuova poesia siciliana. In quegli incontri si leggevano poesie, si parlava del dialetto siciliano, si discuteva di letteratura e di politica>.
Il numero di Settembre 1988 del giornale di poesia siciliana, edito a Palermo e diretto da Salvatore Di Marco, ospita il pezzo dal titolo UNA OCCASIONE MANCATA. Da esso traiamo: <Allorquando nel 1953 quel gruppo di poeti riunito da comuni idealità di rinnovamento letterario e culturale, constatata l’impossibilità di condurre in Sicilia un discorso di poesia nuova attraverso le pagine del Po’ t’ù cuntu, pensò di darsi un proprio foglio di proposta e di battaglia letteraria, Pietro Tamburello volle chiamarlo Ariu di Sicilia. Fondato nel 1954 da Pietro Tamburello che ne assunse la redazione, Ariu di Sicilia fu un foglio di quattro pagine, che usciva ogni mese e che durò esattamente da Marzo a Ottobre di quell’anno. Visse il suo breve tempo in povertà di mezzi finanziari e fu un semplice inserto del Po’ t’ù cuntu. I testi pubblicati furono in tutto 115 di 41 autori. Tra questi c’erano tutti i poeti che si riconosceranno quanto prima nel Gruppo Alessio Di Giovanni. Parlo di Ugo Ammannato, Miano Conti, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Pietro Tamburello e Gianni Varvaro. Meno costanti nella collaborazione ma presenti: Ignazio Buttitta, Salvatore Di Pietro, Nino Orsini, Elvezio Petix.>

Questi ragguagli fanno emergere il profilo di Elvezio Petix poeta in dialetto, danno la misura della sua partecipazione alla vita letteraria e culturale dell’Isola, delineano il contesto (i compagni di percorso e il percorso stesso) all’interno del quale si sono maturate le sue cose dialettali migliori.
Avrete di certo notato i ripetuti riferimenti al Gruppo Alessio Di Giovanni, al rinnovamento letterario e culturale, alla nuova poesia siciliana. Elvezio Petix, abbiamo appurato, fu vicino al Gruppo Alessio Di Giovanni e ne sostenne l’impegno per il rinnovamento della poesia siciliana.
Ma cosa è stato il “Rinnovamento”?, quando ne è sorto il movimento?, quale ne fu il programma? In sostanza, di che si tratta?

Nel 1957 Aldo Grienti e Carmelo Molino furono i curatori della Antologia POETI SICILIANI D’OGGI, Reina Editore in Catania.
Con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, essa raccoglie, in rigoroso ordine alfabetico, una esigua quanto significativa selezione dei testi di 17 autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Patamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro.
Ma già prima, nel 1955, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, aveva visto la luce a Palermo l’Antologia POESIA DIALETTALE DI SICILIA. Protagonisti il Gruppo Alessio Di Giovanni : U. Ammannato, I. Buttitta, M. Conti, Salvatore Equizzi, A. Grienti, P. Messina, C. Molino, N. Orsini e P. Tamburello, compagine alla quale nel frattempo - come attesta Paolo Messina nella recensione pubblicatane in data 21 Maggio 1955 sul IL CONTEMPORANEO DI ROMA - Elvezio Petix si era accostato.
Le due sillogi, che ebbero al tempo eco nazionale e ancora oggi sono ben note agli appassionati, sono antesignane del Rinnovamento della Poesia Dialettale Siciliana.

<Oggi la poesia dialettale - scrive tra l’altro Giovanni Vaccarella nella prefazione a POESIA DIALETTALE DI SICILIA - è poesia di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è poesia di consistenza e non di evanescenza. Lontana dal canto spiegato e dalla rimeria patetica, guadagna in scavazione interiore quel che perde in effusione. Le parole mancano di esteriore dolcezza e non sono ricercate né preziose: niente miele e tutta pietra. Il lettore di questa poesia è pregato di credere che nei veri poeti la oscurità non è speculazione, ma risultato di un processo di pene espressive, che porta con sé il segreto peso dello sforzo contro il facile, contro l’ovvio. Perché la poesia non è fatta soltanto di spontaneità e di immediatezza, ma di disciplina. La più autentica poesia dei nostri giorni è scritta in una lingua che parte dallo stato primordiale del dialetto per scrostarsi degli orpelli e della patina che i secoli hanno accomunato, per sletteralizzarsi e assumere quella condizione di nudità, che è la sigla dei grandi.>
<I dialettali - osserva Antonio Corsaro, in prefazione a POETI SICILIANI D’OGGI - non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale, anche se, disuguale è il loro piano di risonanza. Nell’ambito di una lingua, per dire, ufficiale, che assorbe e trasmette tutte le vibrazioni di un’epoca, il dialetto si presenta come una fuga regionale. Ma in un periodo come il nostro che nella poesia ha versato gli stati d’animo, l’essenza umbratile e segreta dello spirito attraverso un linguaggio puro da ogni intenzione oratoria, i poeti dialettali si trovano nella identica situazione dei loro compagni in lingua, senza che neppure la difficoltà del mezzo espressivo costituisca ormai una ragione valida di isolamento. Tanto più che i nostri lirici in dialetto sono già arrivati a un tal segno di purezza e a una tale esperienza tecnica da non avere nulla da perdere nel confronto con i lirici in lingua. Anzi, in un certo senso, i dialettali ne vengono avvantaggiati per l’uso che possono fare di una lingua meno logora, attingendola alle sorgenti che l’usura letteraria suole meglio rispettare.>

Marco Scalabrino
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MessaggioOggetto: ELVEZIO PETIX POETA IN DIALETTO parte 2   Lun Set 01, 2008 2:47 pm

ELVEZIO PETIX POETA
IN DIALETTO


Nel 1959 nel saggio dal titolo “Alla ricerca del linguaggio”, Salvatore Camilleri considera: <Si cerca di restituire alla parola una sua originaria verginità fatta di senso e di suono, di colore e di disegno, ricca di polivalenze ... E’ una continua ricerca di esperienze formali, in cui l’analogia gioca la parte principale nel creare situazioni liriche e contatti tra evidenze lontanissime. Il fatto strano, fuori dalla logica progressione delle cose, è che la rivolta è nata di colpo, sulle esperienze altrui (italiana, francese, etc.) e non sull’esperienza siciliana.>
E in prefazione a POETI SICILIANI CONTEMPORANEI del 1979 asserisce: <Le idee si erano fatta strada, avevano raggiunto i poeti in ogni angolo della Sicilia, anche i più solitari, i meno propensi a mutar pelle, e li avevano costretti a ragionare; e così, nell’ansia polemica del rinnovamento, all’eccessivo sperimentalismo formale e al gusto funambolico dei più avanzati seguì l’abbandono dell’ottava e del sonetto, divenuti solo strumenti propedeutici; a un più deciso lavoro sulla parola e sulla metrica seguì, da parte anche dei più retrivi, il rifiuto dei moduli tradizionali. Da questo travaglio, dai più avanzati che volevano romperla totalmente con il passato, ai moderati che volevano innestare le nuove idee nell’albero della tradizione, nacque la poesia siciliana moderna, anche grazie alla conoscenza che i più ebbero del simbolismo francese e dell’ermetismo italiano.>

Abbiamo la data dell’inizio del movimento rinnovatore. Ce la suggerisce Paolo Messina nel suo pezzo pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO del rinato Po’ t’ù cuntu!: quella del Primo raduno di poesia siciliana svoltosi a Catania il 27 Ottobre 1945.
E in “La nuova scuola poetica siciliana”, proemio al suo volume Poesie Siciliane (Palermo 1985), lo stesso Paolo Messina ricorda: <Nel 1946, alla scomparsa di Alessio Di Giovanni, quel primo nucleo di poeti, che già comprendeva le voci più impegnate dell’Isola, prese il nome del Maestro e si denominò appunto Gruppo Alessio Di Giovanni. Non ci fu però un manifesto, né l’ausilio di un apparato critico, né un riscontro adeguato sulla stampa.>
In un articolo su LA SICILIA di Catania, datato 3 Aprile 1986, tuttavia puntualizza: <Aldo Grienti, ancora ventenne, non esitò a pubblicare sui fogli letterari catanesi Torcia a ventu e La Sorgiva (1946-1947) i primissimi esiti artistici che avrebbero rivoluzionato il modo di poetare in Sicilia. E non inganni la modestia tipografica di quelle pubblicazioni, poiché dalle loro pagine provinciali i testi più significativi dovevano confluire, nel volgere di pochi anni, sulla più qualificata rivista romana Il Belli diretta da Mario Dell’Arco e curata da Pier Paolo Pasolini.>
<L’innovatore - afferma nel numero di Gennaio-Febbraio 1989 di Arte e Folklore di Sicilia di Catania Salvatore Camilleri - fu Paolo Messina, ma bisognò aspettare almeno cinque anni prima che altri poeti maturassero quella rivoluzione, formale e strutturale che era in atto>. <Aldo Grienti - ribadisce il Camilleri nel MANIFESTO della Nuova Poesia Siciliana, edizione Arte e Folklore di Sicilia, Catania 1989 - fu il primo a leggere, nel 1947, le poesie di rottura di Paolo Messina, avendole pubblicate nella rubrica da lui curata.>
<A nostra puisia canciò strata - sostiene Paolo Messina in PUISIA SICILIANA E CRITICA, del 1988 - picchì si livò u tistali d’i tradizioni pupulari>. E, nel citato “La Nuova Scuola Poetica Siciliana”, precisa: <Il dialetto era per noi un modo concreto di rompere la tradizione letteraria nazionale. Naturalmente, eravamo consapevoli dei rischi dell’opzione dialettale, che se da un lato ci portava alla suggestione della pronunzia, dall’altro restringeva alla Sicilia il cerchio della diffusione e della attenzione critica>. Ed enuncia tre di quelli che furono i capisaldi programmatici del Gruppo Alessio Di Giovanni :
1. L’elaborazione e l’adozione di una koiné siciliana -
2. La libertà metrica e sintattica a vantaggio della forza espressiva ma in una rigorosa compagine concettuale e musicale (di valori fonici, timbrici e ritmici) -
3. L’unità di pensiero, linguaggio e realtà (che doveva o avrebbe dovuto garantirci una visone prospettica siciliana della vita e dell’arte).

Facciamo, adesso, un salto indietro. Chi era Elvezio Petix?
Di madre palermitana e padre genovese, primo di undici fratelli, venne chiamato Elvezio giusto perché nacque nel 1912 a Lugano, in Svizzera, dove i genitori si trovavano per lavoro.
Impiegato quindi presso l’Ufficio Imposte Dirette di Bagheria, pubblicò quattro raccolte di versi in Italiano e tradusse in Siciliano, dal dialetto abruzzese, trenta poesie scelte di Cesare Fargiani, oltre a scrivere commedie (di cui allestiva anche la messa in scena) e il menzionato racconto SAN MICHELE HA LA BOCCA PIENA DI NUVOLE.
Modesto, timido, niente affatto ambizioso, Elvezio Petix, la cui vita è stata (come egli stesso ebbe a definirla) “silenziosa” e che nella poesia aveva trovato “l’unica vera compagna”, morì, all’età di sessantaquattro anni, nel 1976.
Quanti sono e dove sono, allora, i testi in dialetto di Elvezio Petix?
Ebbene, quelli di cui abbiamo contezza e dei quali ci siamo avvalsi al fine di elaborare questo studio, sono, per così dire, allocati nell’alveo del volume, pubblicato nel 1994 a cura del Comune di Casteldaccia quale “omaggio al poeta concittadino”. Volume che di Elvezio Petix raccoglie le opere e il cui titolo è … po tu cuntu …
Li contiamo: QUINDICI. Tutto qui?, non ci esimiamo dal chiederci, Non ve ne sono altri? Ma, invero, non abbiamo mai inteso porre, né intendiamo sciogliere in questa sede, tale interrogativo.
D’altronde quindici testi, benché possano apparire una quantità risicata allo scopo di esprimere un compiuto parere, risultano comunque sufficienti a ravvisare - questo è il nostro caso - l’impronta del poeta.
Ce ne viene peraltro una riflessione (la cui veridicità non possiamo asseverare, ma che offriamo nondimeno alla vostra valutazione): poco più di 370 versi nel complesso configurano non tanto l’intera produzione quanto la summa della produzione dialettale di Elvezio Petix. Una selezione dunque: rigorosa, matura, qualitativa.

Abbiamo letto, in apertura, lo stralcio di una lettera di Cesare Zavattini. Questi coglie nella poesia di Elvezio Petix una <speranza dura a morire>, una speranza che <ha le ali>.
Speranza che il Nostro, nella accezione simbolista, “umanizza”: <gigantissa putenti … mettiti na cartedda supra li spaddi jinchila di ciuri e nni li siri queti passa e lassa lu to signu d’amuri>.
Immagine assai felice sotto molteplici aspetti: del sentimento, di suo positivo e perciò condivisibile nel contenuto, dell’attualità quanto ai risvolti complessivi <curri nmenzu la genti d’ogni culuri> e <sdirruba a mari li cannuna>, della propensione lirica e, non ultima, della forma, della realizzazione ovverosia che del sistema linguistico opera Elvezio Petix, della sua individuale, personale parole - per dirla con Ferdinand De Saussure.
Presente in modo esplicito in ben sei dei quindici componimenti, la speranza è il leit-motiv della poesia di Elvezio Petix. In un ordito che ne percorre tutto il corpus, essa fa da balsamico contraltare ad una sorta di spleen, designato dal termine <siddìu> e aggettivazioni che ne derivano, esso pure assai diffuso.

<Pi la longa trazzera> … la longa trazzera, in una superba figurazione analogica, si snoda lungo la millenaria, tormentata storia della nostra Sicilia … <li puvireddi, li jurnatara, li sulfatara, li zappatura, li picurara>, in una ossimorica alternanza - peculiare nei Siciliani - di fiduciosa attesa del domani e dura pratica dell’oggi. E sono loro, <la povira genti>, nella loro faticosa diuturna dignità, l’effetto e la causa, i convenuti e gli attori, i destinatari e i mittenti della sua parola, del suo impegno. Del suo engagement, avremmo detto un tempo.
La Sicilia, Sicilia mia chi <ti pittaru e ti misiru na faredda cusuta di brillanti … ma … dintra un friddu specchiu amara ti movi camini ti fermi>, è <centumila seculi>, <canzuna chi parra d’amuri>, <anima e carni>. E alla sua casa, <Torna … - e -abbrazza tutti li to’ figghi>, il poeta invoca il ritorno.
Quale casa? Di sicuro non quella di <sti fantasimi … ca iu nun chimavi>, non quella dei <catoj - e del - carbuni>, né quella di <l’amarumi ca tanta genti si porta nni lu pettu>.
E allora? Allora la casa è quella al cui indirizzo hanno eletto dimora i valori etici, culturali, umani di una Sicilia che non è più.
<Lu bonu e lu tintu>, il bene e il male, perenni <spatulianu>, ma nessuno più dà credito a <li cunti di li vecchi>, osserva il loro monito, ne onora la saggezza antica. I vecchi, i loro cunti ormai si sgretolano, infastidiscono, vanno eliminati.
C’è voglia di <lu scrusciu di l’oru>, di <machina di favula>, di frontiere mass-mediatiche. Si spengano dunque i fuochi fuligginosi attorno ai quali la famiglia si radunava e li cunti di li vecchi e si accendano, sfavillanti, i riflettori sull’arrembante format di società!
Non v’é astio però nei confronti del nuovo, né rimpianto riguardo al passato. Tutto è ammesso nel segno del tempo che sempiterno passa, dell’ineluttabilità del mondo che cambia. Se ne è pienamente consapevoli: <ddu roggiu - d’oru - senza sònnira si porta a mia pi d’appressu>.
La vita - in una fulgida metafora - è <filinia vilinusa>, impalpabile filamento che, pur se tra qualche trepido bagliore, <cucciddu di lustru a viu e sbiu>, è inesorabilmente destinata <cu lacrimi di cira> a essere spazzata via; ma che una risata <Na risata menzu la strata mentri camini pi li fatti to’ … cunorta puru si dura picca>.
E, in essa e per essa, il poeta:
si culla nel sogno, dintra li vavareddi <Nascianu munni d’azzolu biddizzi scanusciuti e lu cori, a la sira, si java a curcari purtannusilli cu iddu>;
si affida all’amore, <tuttu chiddu chi toccanu li to’ manu … lu to passu, la seggia unni stanca t’assetti … è amuri … ciatu longu ca nun finisci mai>
e alla preghiera, <O tu, Picciriddu, ca nasci dintra na grutta … ammansali pi sempri l’omini e l’armali>;
celebra la Natura, <Vulissi curriri … pi chianuri ciuruti, parrari … cu l’armali, abbrazzari tuttu chiddu ca fici Matri Natura>;
costeggia con lucidità gli anfratti della follia, <parru sulu e abbanniu pinzera>, <caminu … l’occhi spatiddati cu du’ lacrimi di nivi mpinti nni li masciddi … abbrazzatu cu na troffa di spini>, perché <sulu li foddi talianu luntanu> in questo mondo che <chiantu e sangu abbuturianu>.

Muovendo dal <cuntu longu> della tradizione, dal suo vissuto <la me jurnata d’omu> e (per scomodare Franco Fortini) dalla sua esperienza <E iu, chi fazzu ccà, chi fazzu?>, Elvezio concepisce, nello spirito del Rinnovamento, la sua emancipazione lirico-formale: <nesciu puru iu a sciugghirimi stu ‘nguttùmu nni lu pettu>.

La sua poesia contempla i principi innovativi man mano enunciati, realizza una sua originalità, suona di efficaci espressioni siciliane e di stringatezza.

Vi domina il verso libero (se si eccettua il sonetto Nvernu ntra la vanedda), per quanto a tratti corrotto da talune rime baciate e alcuni vezzeggiativi (entrambi pure espressamente banditi ma, evidentemente, duri a morire) e l’ortografia mostra presa di coscienza, rifugge dagli arbitri fonografici (il raddoppiamento della consonante iniziale delle parole, ad esempio), è affrancata dalle incoerenze delle scritture vernacolari.

Il lessico, infine, combina dovizia, bellezza e musicalità; vi albergano termini quali: ciarmulìu, catoj, trazzera, raggia, vavareddi, troffa, spatiddati, abbutulianu, tappini, addimura, scupetti, muddami, filinia, nzirragghiu, assuccuma, cartedda, ramagghi, armiggi, scrusciu e vi fa capolino, nello <sforzo dell’artista tendente ad evitare le unità generiche, sostituendole con unità più particolareggiate>, l’espansione denotativa. Per cui ecco: pàssaru sbirru, in luogo del sostantivo generico di uccello.

<La poesia in dialetto - affermò Mariano Lamartina - ancora vive. Vive, e non importa se sarà il canto del cigno. Il dialetto rimane come ultimo approdo alla serenità del mondo classico, anche se è destino che di esso si parlerà come lingua morta, al pari del greco e del latino. Ma quante voci di vita in queste lingue morte!>

Marco Scalabrino
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ELVEZIO PETIX POETA IN DIALETTO parte 1

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