CODICE INTERNAZIONALE
IL SICILIANO
in TEMPU
di Marco Scalabrino
(ed. Federico – Palermo – € 6,00 con prefazione di Flora Restivo Cugurullo)
Il progetto che emerge dalle pagine di TEMPU sembra subito chiaro: il tentativo di rendere intelligibile anche in altre lingue la forza e la comunicabilità del codice linguistico siciliano. Marco Scalabrino innesca così un’operazione biunivoca nella sua attività poetica, cioè ha tradotto testi dall’inglese e dall’italiano in siciliano ed ora fa tradurre le poesie di TEMPU dal siciliano in inglese, spagnolo, tedesco, francese, latino , italiano .
Le traduzioni sembrano selezionate per temi sicché risultano sottolineati in tale scelta l’esprit francese (la sua leggerezza e tendenza ad una galanteria quasi settecentesca), lo spagnolismo cupo, l’apprezzamento dei tedeschi nei confronti delle bellezze naturalistiche ed archeologiche della Sicilia e la tendenza alla metafisica (cfr. Siddharta), il globalismo della standardizzazione linguistica della lingua inglese. Sembra, però, stravagante ed altamente provocatrice la traduzione in latino di quattro testi, ma l’attenta esplorazione del codice linguistico di TEMPU ci consente di legittimare una scelta così radicale. Alla base dell’organizzazione morfo-sintattica del discorso poetico di Marco Scalabrino si scopre una tramatura linguistica unitaria, una specie di koinhv linguistica. Se ne esaminiamo la semantica ben pochi elementi rivelano una trapanesità di testi: solo una trentina di termini lessicali sono strettamente trapanesi e circa 120, invece, si possono rintracciare in altre aree linguistiche siciliane. Quasi tutti, per esempio, li ho riscoperti nell’area messinese (compresa l’area eoliana, generalmente considerata più eccentrica). Non esistono nel testo termini italianizzati. L’armatura che sorregge il codice linguistico siciliano, anzi la sua anima, è proprio un’anima romanza, che deriva dal latino ed è il fondamento di tutte le lingue neolatine, come anche affermava l’Avolio . Così si potrebbe spiegare la traduzione dal siciliano in latino di TEMPU. L’affermazione dell’esistenza di una lingua unitaria in Sicilia e di una sua storia unitaria segna una svolta decisiva nella ricerca dialettologica siciliana e sembra contraddire quanto dichiarato da Salvatore Di Marco in “Dialetto siciliano e scrittura letteraria: il senso inevidente di una scelta radicale”, che scrive: “E cioè che il dialetto siciliano non è una realtà omogenea così come omogenea non è la storia linguistica della Sicilia. Gli studiosi, almeno dai tempi di Corrado Avolio per giungere fino ai nostri giorni, ce lo hanno spiegato benissimo” .
Senza sottilizzare sul termine “omogeneità” si può benissimo affermare che una storia unitaria ci fu e, quindi, anche una lingua (eccezion fatta per alcune aree linguistiche particolari come quelle albanesi o gallo-italiche), anche se apparentemente disomogenea per l’uso diverso chiaramente interconnesso con la diversa economia settoriale e locale. Le radici di un popolo e il suo riconoscimento come tale (dichiara Scalabrino) si fondano appunto sull’identità di lingua, di storia, di civiltà, di etnia (e non possiamo non pensare al popolo curdo e a quello ebreo o a quello palestinese) ; “Curcatu nna la storia d’un paisi//unni sparti un cumuni patrimoniu//di sangu di lingua e di civiltà//c’è un populu chi sonna di scuddarisi//lu jugu rancitusu chi l’appuzza” (cfr. Sicilia ci cridi).
Eppure questo popolo oggi è sottomesso da un giogo (jugu), e dell’entità di tale giogo scrive Scalabrino: mafia, disoccupazione, droga, Aids. Nessuno spiraglio. Neanche la bellezza della natura con i suoi effluvi può cancellare l’odore del sangue delle morti eccellenti: “Matri//sapi d’addauru//zorba//malvasia//lu ciuri spajulatu a la to sciara//e lu ciauru//di li naschi//lu sangu//lu senziu//nun si lava chiù”. Per Scalabrino i siciliani credono ancora ai sonni, immersi in quel sonno millenario da cui non amano risvegliarsi perché, come dice Tomasi di Lampedusa , si credono dei.
Per procedere al riscatto, ad una nuova speranza, anche se miracolistica (“un ancilu//m’addiccò//fu na vota e pi sempri,//a li soi ali”), bisogna cancellare determinati clichè più o meno folkloristici in cui la Sicilia è stata racchiusa come in un’icona: la mafia, le canzoni popolari suonate sul marranzano, le bellezze naturali ed archeologiche, le curiosità gastronomiche, i tratti arabi. “Marini suli coppuli lupara//bagghi templi canzuni marranzanu//cuscusu pisci pupi petra-lava//facissivu bonu a scurdarivilli!” (cfr. Sicilia ci cridi).
Non basta l’oblio degli errori e il desiderio di ricominciare, ma bisogna trarre vigore dalle proprie radici, rituffarsi nel tempo. Ed ecco lì pronto Marco Scalabrino ad aprire un’inusitata bottega (putia), ad avviare una compravendita allettante: “Accattu e vinnu tempu//tempu vecchiu”.
È un tempo passato che vivifica il presente: è il tempo della storia e della lingua passate che continua e dà vita al presente: non è possibile al pavnta rJei del fiume della vita annullare la propria sorgente. Anche il sottotitolo Paroli aschi e maravigghi induce ad interpretare così la poesia Tempu ed il titolo del libro.
La scelta della lingua siciliana (che il poeta parla e che è espressione della comunità in cui vive) non è, quindi, un revival folkloristico o un tentativo di restaurazione né un recupero memoriale come per alcuni poeti che hanno scritto in altri dialetti (Marin, Pierro), né una protesta contro il naufragio della cultura contadina (Tonino Guerra) né sperimentalismo (Zanzotto). Come per Ignazio Buttita il siciliano è una lingua espressiva, che ha la sua fonte nel latte materno; è una lingua comunicativa perché è la lingua dell’impegno e della ricerca esistenziale.
La parole, infatti, sono luminosi cristalli strappati alle stelle, seno amoroso di madre, cornamuse, viottoli accesi di libertà, tozzi di pace, verità: tutto. “Cristalli raciuppati nna li stiddi//minni amurusi di matri//ciarameddi//trazzeri addumati di libirtà//tozzi di paci//virità: palori” (cfr. Palori).
Tale lingua affonda le radici in una storia lontana che dà alla Sicilia una tessera di riconoscimento internazionale. “Sulu tri pilastri//ncucciati cu puzzulana d’amuri//e tennu ‘n-pedi//un munnu” (cfr. Aschi e maravigghi di Sicilia). Secondo Scalabrino, infatti, la Sicilia è fondamento del mondo. Quale sia la motivazione di tale affermazione, è sicuramente da riportare a li ràdichi cioè radici. Fondamento delle civiltà di tutto il mondo è stata la Grecia, di cui la Sicilia è stata magna pars come Magna Grecia e patria più o meno transitoria di artisti, poeti, filosofi, tragediografi. Tale civiltà ha influito sui tratti caratteriali dei siciliani: la causidicità, la tendenza al rovello della ricerca esistenziale ed alla sofistica, come vediamo nel teatro di Pirandello.
Anche Goethe affermò che “la Sicilia è la chiave di tutto”, come ribadisce Matteo Collura nell’epigrafe di In Sicilia .
Tuttavia, al di là dell’apporto fondamentale della civiltà greca, credo che si possa rintracciare soprattutto in un altro momento storico la fondamentalità della missione storico-linguistica della Sicilia nella storia del mondo.
Mi riferisco a Federico II (chiamato Stupor mundi per la sua cultura e la vasta conoscenza delle lingue, il latino, il greco, l’arabo, l’ebraico, il germanico) e alla sua corte presso cui confluirono artisti provenienti da tutto il mondo allora conosciuto (bizantini, ebrei, arabi, occitanici, provenzali, germanici, latini, ecc.) e soprattutto alla Scuola poetica siciliana, crogiolo di artisti e di popoli, che creò un codice linguistico nazionale (il volgare italiano) e internazionale (il volgare), fusione di lingue neolatine, anglosassoni, arabe, ebraiche. Credo che a tale codice linguistico (al siciliano illustre) voglia fare riferimento Scalabrino quando chiama la Sicilia fondamento del mondo cioè l’isola che tiene ‘n-pedi//un munnu, ma soprattutto quando realizza il progetto di far tradurre il siciliano nelle lingue anglosassoni e in quelle neolatine. Sono escluse solo l’arabo e l’ebraico.
Se lo scenario è questo e questa è la lingua, la poesia di Scalabrino, che con tale lingua si interseca, conosce la disperazione di un popolo abbandonato, la dolcezza dell’immersione nella natura, il rapimento dell’amore, l’attesa della trasformazione delle pietre in pane e della perfezione della bellezza Musica//musica//e ciauru//ciauru di rosa//e celi//celi di luci//e luci//di sempri//e pi sempri” (cfr. Petri), la tensione verso l’assoluto in Siddharta “Sgriciu la pirfizioni”, l’osmosi della natura con l’epifania dell’amata “E tu//fusti rigulizia//alaò di ciaramedda//basula//pi junciri//’n-pizzu a la muntagna//cu crivu di tè//e viscotti”, la contestazione della società dell’apparenza, la riflessione sulla morte (Disiu la fini//lu risettu, la redenzioni).
Così si muove tra pubblico e privato la poesia di Marco Scalabrino in questo poemetto di venticinque lasse: dolente, a volte sospesa in volo, lussureggiante in versicoli composti anche di una sola parola, secondo un ritmo attento ad un’armonia interna, che corrisponde alla ricomposizione interiore di un’armonia discors, essenza di una ricerca linguistica, che è ricerca scientifica sulle orme dello strutturalismo, della dialettologia, della sociolinguistica, ma è anche ricerca d’identità individuale e collettiva e atto d’amore.
Mirella Genovese