LUIGI AMATO
Di uomini liberi ormai ce ne sono pochi; più una società diventa complessa più
si è imprigionati sotto molteplici aspetti. Antonio Randazzo cerca di esserlo al
meglio fornendoci qualcosa d’importante su cui riflettere. Nell’ultimo lustro la
nostra provincia sembra vivere una sorta di piccolo Rinascimento culturale che
speriamo duri e si consolidi. Un cambiamento partito da tante iniziative di
talentuosi e coraggiosi individui, artisti, editori, scrittori e musicisti che non
hanno voluto rassegnarsi al declino di un’antica città e del suo altrettanto
importante circondario. Siamo comunque agl’inizi; pesano come macigni i
retaggi di un passato prossimo da dimenticare e le incognite di un presente,
dove il mancato sviluppo economico e il persistere di deprecate mentalità
possono vanificare ogni sforzo.
ARMI ED ARTI
È singolare come i luoghi comuni vengano spesso a cadere. È il caso di
Antonio Randazzo maresciallo dell’arma dei Carabinieri in pensione e valente
scultore con piacevoli sconfinamenti nella pittura e nella letteratura. Per la gente
comune sembrano due cose distanti, la storia ci ha insegnato il contrario. Io
personalmente ho conosciuto altri due militari-artisti: mio nonno, Alberto
Bassoni, generale del Genio, pittore di finissima tecnica e polemista veemente
dalle pagine del Borghese di Tedeschi e di Gianna Preda e Arno Baumcker,
obergefreiter del 32 battaglione corazzato di disciplina della Wehermacht (gli
stessi reparti descritti dal grande Sven Hassel nella sua straordinaria saga) poi
legionario in Indocina che aveva imparato in un campo di prigionia sovietico, da
un pope ortodosso detenuto con lui, le tecniche di decorazione delle icone,
dando vita ad uno stile grafico personalissimo. C’è qualcosa di ineffabile in
questi personaggi così diversi tra loro, ma accomunati da una ricerca artistica
ed interiore atipica e straordinaria.
I LUOGHI
I
l laboratorio di Antonio Randazzo sorge nella parte alta di Siracusa, quella del
sacco edilizio, una città nuova senza capo né coda oppressa dalla bruttezza,
dal traffico e oggi anche da una crisi economica e d’identità che lascia ben
poche speranze alle giovani generazioni peraltro anch’esse, per colpe sia
chiaro, non solo loro, ma anche, svogliate e apatiche. Il segno di una ben
radicata antropologia negativa ereditata dalle loro famiglie. A Siracusa non ha
fallito solo il mondo politico, che pure ha macroscopiche responsabilità e di cui
si parla ormai male con facilità (eser-cizio diffuso e per altro sterile perché in
democrazia la politica è specchio della società), ma un’intera popolazione nella
sua articolazione. Ha fallito il mondo imprenditoriale, ha fallito la cultura, hanno
fallito le forze sociali, le istituzioni laiche e religiose di ogni tipo, ha fallito la
gente comune. Abbiamo tutti smarrito il senso di un’identità antica e nel
fallimento generale ci siamo autoassolti. Dalla bruttezza e dal caos possiamo
uscire attraverso l’arte, soprattutto quella religiosa e sociale di Antonio
Randazzo. Mentre sto scrivendo è accaduto un episodio emble-matico ad
Ortigia dove sono state danneggiate varie opere d’arte tra cui qualcuna dello
stesso Randazzo. Non è il solito vandalismo a cui siamo abituati dal lassismo
del nostro paese. Esiste una valutazione più sottile. I barbari (ma qui la
definizione è impropria perché il primo a fare una legge in Italia per la tutela dei
beni culturali fu l’ostrogoto Teodorico) le cui fila si ingrossano sempre di più
grazie al disfacimento della famiglia e della scuola negli ultimi decenni temono
la bellezza dell’arte, delle coste, del mare, dei boschi perché la vedono
differente rispetto al loro mondo di televisione, scooters, droga e maleducazione
vero biglietto da visita della nostra demente società buonista. Dall’arte deve
partire la rivoluzione culturale per costruire la civiltà del domani. Tra i casermoni
di cemento e le strade ingolfate emergeranno i delicati legni di Randazzo e di
tanti altri artisti.
L’ESTETICA E LO SPIRITO
Le forme delicate si riappropriano di spazi perduti e rimodellano un tempo
perduto e inafferrabile, ci costringono a rimeditare delle vicende umane e
divine. Non si tratta di difficili recuperi metafisici, ma di guardare in noi stessi e
cercare di sbrogliare lo gnommero della contemporaneità. L’estetica di
Randazzo si pone equidistante dalla riflessione teorica mediale organizzata
sulle forme rese possibili dalla modernità e la Tradizione. Randazzo recupera,
superandolo, il concetto di originalità; il segno e la radice comune legano le sue
opere come un invisibile filo d’acciaio.
Cerca di cogliere e trasmetterci anche per un istante lo spirito del tempo.
Tempo di lattine e di plastica, di Grandi Consumi e di esplosioni feroci di
violenza contro il Creato, esseri umani, animali e piante, ma anche di grandi
movimenti laici come quello di Seattle e religiosi come il raduno dei giovani a
Roma.
LA METAFISICA
L’abilità tecnica diventa strumento di comunicazione con il Trascendente,
l’artista è pontifex che sente con il cuore e non con il cervello. E vuole
comunicare l’utopia, la sua meravigliosa utopia di un garage trasformato in
assise di filosofi ed artisti che nella veste di monaci del XXI secolo vogliono
salvare e ricordare agli uomini il valore della poesia e della bellezza e nel
contempo un richiamo alla spiritualità.
Gli orrori della contemporaneità vanno affrontati e vinti anche con l’ausilio
dell’arte. Le favole di antica poesia di Randazzo occupano anch’esse un posto
nella gerarchia divina dove tutto è perfettamente ordinato. La finzione poetica,
considerata nel suo profondo senso, è segno e rappresentazione della verità, il
senso conferisce effettività alla finzione, che tutela la spiritualità.
L’IDEOLOGIA
La ricerca dell’essenza di un cristianesimo sfrondato dalle sovrastrutture che
impediscono il contatto con la divinità perseguita anche attraverso
l’annientamento di tutte le inibizioni stilistiche. L’antiaccademismo di Randazzo
emerge tumultuoso in un epoca di medagliette di cartone ricercate come
paravento al deficit del proprio io. L’umanesimo verso tutti i deboli e gli sconfitti,
quelli che dovrebbero entrare nel Regno dei Cieli, ma ai quali va resa anche un
minimo di giustizia terrena.
Un umanitarismo universalista ancor più difficile da praticare da quando molti
furbi se ne servono per fare Affari&Politica sulla pelle di tanti disgraziati e sulla
babbitudine di molti anch’essa universale e di capillare diffusione.
LUIGI AMATO
Docente di Estetica Accademia Belle Arti R. Gagliardi Siracusa
ALCUNI GIUDIZI SULL’OPERA DI RANDAZZO
Alcune opere di questo artista mi hanno colpito positivamente per la forza
comunicativa del messaggio. Guardando queste opere rifletto sullo
struggimento che provano gli esseri umani quando cercano un qualcosa che dia
un senso alla vita, ricercano beni e valori esteriori allontanandosi sempre più da
tutto ciò che è spirituale. La potenza creativa di Randazzo mi stupisce perché
rappresenta l’esito di uno stato d’animo rivolto all’interiorità. Siamo in un’epoca
difficile e problematica dove, l’arte, a mio avviso è necessaria in quanto
permette all’uomo di rifugiarsi in un mondo fantastico. Diceva Picasso a
proposito che un’opera d’arte non è mai pensata e decisa anticipatamente,
mentre viene composta segue il movimento del pensiero.
Quando è finita continua a cambiare, secondo il sentimento di chi la guarda vive
una vita propria come una persona…
CLAUDIA LUS
IV Anno Pittura Accademia di Belle Arti R. Gagliardi
La scultura di un bambino provoca un momento di commozione reso attuale
dalla spaventosa violenza dilagante nella nostra società. Il corpus delle opere di
Randazzo si legge unitariamente e ci trasmette un cristianesimo vivo, un
messaggio di salvezza e speranza in un mondo che sta correndo troppo veloce
senza punti di riferimento. L’arte ancora oggi può educare le coscienze e fare
pensare, creare uno spirito nuovo tra le persone. Personalmente credo ancora
che si possa costruire un mondo a misura d’uomo, una società meno crudele, lo
so, possono sembrare utopie, ma penso ancora che è l’utopia che muove la
storia e anche il progresso scientifico si è sempre nutrito di creatività.
FRANCESCA VACIRCA
Critico d’Arte
Via lucis piuttosto che via crucis. Non è poi così sbagliato: nel cammino che
Gesù intraprende verso la gloria dei cieli la croce è soltanto una tappa
intermedia, uno strumento per ingigantire l’amore al momento del perdono.
L’artista Antonio Randazzo coglie appieno questa particolarità di non poco
conto e concepisce una serie di tavole che narrano il cammino di Cristo verso la
luce, ponendo attenzione, grazie alla propria fede di cristiano, nel lasciarsi
guidare dai sentimenti schietti e dai bisogni di questo millennio quando traduce
l’episodio del Vangelo in opera scultorea. È questa l’innovazione che più
affascina: attualizzare il messaggio evangelico risalente a due millenni fa e
dimostrare che esso può essere contestualizzato con estro e dedizione. Ecco
allora che la condanna di Gesù riecheggia nelle più attuali cronache di
“condanna” verso gli extracomunitari, allontanati dai governi con lo stesso gesto
menefreghista di Ponzio Pilato; oppure la scena della croce imbracciata da
Cristo, che rima tristemente con la stampella o la carrozzella di un disabile
lasciato in balìa del proprio destino…
Ma l’abilità a legare razzismo, handicap, piaghe sociali come la mafia tanti altri
temi ai fatti narrati dagli apostoli non è l’unica occasione per lodare lo scultore.
La sua abilità consiste anche nel saper presentare il Messia e i vari personaggi
con estrema umiltà, donando loro i tratti salienti e limitandosi solo agli effetti di
chiaroscuro per conferirne una percettibile vivificazione: l’austerità – ma anche
la giocondità dell’epilogo di luce – non hanno, infatti, bisogno di eccessive
ostentazioni cromatiche ed eidetiche, e la scelta del legno lavorato
sobriamente, senza barocchismi o fronzoli fuori luogo, si accorda perfettamente
al messaggio da comunicare.
Lo spettatore che “legge” la via lucis realizzata da Randazzo, dopo essersi
ricordato delle terribili umiliazioni che l’uomo ha inflitto a Cristo, sente empirsi il
cuore di novello amore nell’ammirare l’ultima tavola, nella quale un bambino
gioca serenamente coi pesci e, attorniato da copiose messi, riceve la luce della
redenzione. È, forse, questo il momento in cui lo spirito si fa carico delle più
ardite richieste, tornando a credere nelle utopie della propria fanciullezza e
concependo puri pensieri dai quali l’uomo è purtroppo lontano nella
maggioranza dei casi. E, scottato dagli efferati delitti che invadono le cronache
recenti, il “fanciullo spettatore” prega Iddio perché a nessun bambino al mondo
venga fatto più del male.
GIUSEPPE RAUDINO Giornalista -
Direttore “Illustrazione siracusana”
È inusuale trovare in un luogo sacro opere come quelle di Antonio Randazzo,
sia per stile sia per tema. La sacralità delle immagini accoglie, infatti
avvinghiandosi in un’inestricabile simbiosi, un messaggio intriso di polemica, di
protesta, di sollecitazioni alla solidarietà e alla tolleranza. Ogni raffigurazione ha
in sé un fine etico religioso e, insieme pedagogico-educativo, che toglie
all’opera ogni intento realistico o autenticamente biografico: la vita di Cristo
appare, così, quella di un uomo di ogni tempo e di ogni luogo, in lotta con le
ingiustizie sociali e con l’eclissi dei valori dell’umanità. Più che raffigurazioni di
immagini propriamente religiose, possiamo definirle riflessioni sull’immagine,
riflessioni sul mondo e sull’essenza della cristianità, riflessioni che ci conducono
a comprendere la nota provocatoria del suo messaggio. L’indifferenza, la
prepotenza, la mancanza di sensibilità nei confronti dei problemi sociali
vengono denunciati da A. Randazzo, attraverso un linguaggio artistico chiaro e
incisivo, ove anche la simbologia appare quasi realistica pur nella sua
surrealisticità. Pertanto, nelle sue opere, troviamo spesso il connubio tra una
simbologia tradizionalmente religiosa e una simbologia sociale contemporanea
evidentemente estrapolata dalla concretezza della nostra, attuale, esistenza.
Il confluire di passato e presente in un’unica eternità di valori, prefigura un
futuro sognato da sempre, mai realizzato eppure sempre punto di forza della
nostra fede e della nostra vita. Grande è il coraggio di A. Randazzo, per avere,
così prepotentemente portato all’interno dello scrigno sacrale, attraverso
un’armonia di forme essenziali e tondeggianti, il grande groviglio di interessi
socio-politici, che distrae gli uomini dai valori eterni.
GIOVANNA MEGNA
Docente di Didattica e Pedagogia dell’Arte
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http://www.tuttoveneto.it/artisti/Antonio-Randazzo/spesso chi non è, si sforza di apparire, chi è, ha già tutto e scomoda chi appare.
È bello, essere e scomodare, ma che fatica!
la profondità della terra custodisce l’oro;
l’ostrica, la preziosa perla;
lo scrigno dell’essere i sentimenti più puri.